Presentazione Programma

Il programma di sala inizia col Trio in do maggiore Hob: 27 composto da Joseph Haydn nel 1797. Esso venne pubblicato non come Trio, ma come sonata per pianoforte con l’accompagnamento del violino e del violoncello. Il piano ha cioè un ruolo principale, anche se in alcune parti il violino si unisce al piano come ugual partner, in particolare presentando incessantemente i motivi nel fulmineo Presto.

Il programma prosegue col Trio No.1 in re minore Op.63 composto da Robert Schumann nel 1847. In esso Schumann mette in evidenza la sua arte contrappuntistica fin dall’inizio, dove le note iniziali dell’appassionato tema introdotto dal violino vengono accompagnate nel basso dal piano con quella che sarà la seconda battuta. “Con energia e con passione” è l’indicazione di Schumann per il primo ampio movimento; e il sinuoso tema principale si sviluppa quietamente nel registro più basso del violino, contrapposto ad un incessante parte pianistica, con una straordinaria sensazione di un dramma sotteso. Per tutto il movimento infatti l’agitazione continua della musica viene convogliata non dalla sua forza (pur in tutta la sua inquietudine, questo è un pezzo che raggiunge soltanto una volta il fortissimo), ma dalla sua estrema compressione. Non appena la melodia iniziale raggiunge il culmine si quieta in una frase sul violino e il secondo tema lirico sopraggiunge. Questo nuovo tema cromatico viene caratteristicamente presentato in forma di canone, e il suo sviluppo introduce il primo tema come un controsoggetto nel violocello. Né, nelle battute che portano alla ripetizione della esposizione, Schumann manca di mostrare che anche il rpimo tema può essere trattato in forma canonica. Essendosi insolitamente concentrato in modo sintetico nella esposizione, Schumann è corrispondentemente ampio nella parte centrale del movimento. Lo sviluppo viene ottenuto principalmente per mezzo di uno straordinario momento di stasi che introduce non soltanto un nuovo tema, ma anche una sonorità sorprendentemente originale. Il violino e il violoncello, sunando ambedue vicino al ponticello, producono quello strano cristallino così amato dai compositori del ventesimo secolo, mentre il piano accompagna con lucenti suoni del livello più alto della tastiera, utilizzando il pedale come sordina. Molti dei movimenti iniziali di Schumann mostrano ad un certo punto un marcato cambiamento nello stato d’animo e nell’atmosfera, ma nessuno è più sorprendente di questo. Il nuovo tema domina lo sviluppo ulteriore di questa parte del movimento, e Schumann allude ad esso anche nella coda.

Il secondo movimento a forma di Scherzo mostra la strardinaria capacità di Schumann di unificare materiali apparentemente contrastanti. Niente potrebbe sembrare più diverso dal trascinante ritmo puntato dell’iniziale motivo principale dello Scherzo rispetto al tema che dolcemente si sviluppa nel Trio che segue; e tuttavia ambedue sembrano derivare dalla stessa linea melodica. Lo stesso tema del Trio è un ulteriore esempio della eccezionale capacità di Schumann di scrivere in forma canonica.

Assieme alla Sinfonia No.2 il Trio in re minore appartiene, come ammette lo stesso Schumann, ad un periodo caratterizzato da uno stato d’animo melanconico e il movimento lento che segue è una delle sue più grandi e tragiche manifestazioni. Vi è un profondo senso di distacco dal mondo, evidenziato non soltanto dalle sospensioni che nel piano lentamente si sviluppano nel registro basso, ma anche dalle languide frasi della melodia quietamente rapsodica del violino. Questa triste parte iniziale del brano contiene i semi della sezione intermedia più fluente. Una frase suonata dal violino in terzine subito prima della entrata iniziale del violoncello presagisce una delle due idee principali della sezione intermedia, mentre una scala crescente sul violoncello fornisce il germe dell’altro tema. Il cambiamento dal minore al maggiore in questa parte centrale del brano serve soltanto ad aumentare il senso di struggimento della musica;ed è unicamente col ritorno al maggiore nel finale relativamente non complicato, che segue senza una pausa, che la tensione si risolve fimalmente in una gioiosa affermazione di fede.

Nella seconda parte del concerto viene presentato il celebre Trio con pianoforte in mi bemolle op. 100 composto da Franz Schubert nel 1827. In essoil proposito di dare ai quattro movimenti un'unita ben definita é di una evi­denza assoluta. Il primo sviluppa un'idea di Scherzo (e questo é del tutto inconsueto), ma poi la affianca e la contrappone a un secondo tema esitante e ad un terzo tema squisitamente lirico che ci ricorda l'Incompiuta, e che potrebbe essere citato a dimo­strare una volta di più la sensibilità armonica di Schubert. Di conseguenza lo Scherzo stesso é di stampo più antico, nonostan­te l'indicazione “scherzando“; quando all'inizio tra gli archi e il pianoforte in ottave si instaura un rapporto canonico, istinti­vamente pensiamo ad Haydn. L'Andante in do minore (anche qui le relazioni tonali sono di estrema semplicità) ha una storia: si dice the Schubert si sia ispirato ad un canto popolare svedese che aveva sentito cantare dal tenore Isaac Albert Berg in casa delle sorelle Frohlich. La cosa in sé potrebbe anche essere vera; la melodia infatti oscilla al modo tipico del canto popolare tra la mediante maggiore e minore e la dominante maggiore e mino­re. Schubert aggiunse però di suo un accompagnamento in forma di marcia che dà alla melodia un colore sinistro, e la sviluppa in una grandiosa Ballata, violenta nelle esplosioni emotive, frutto di una delle sue ispirazioni più intense. Tutte queste idee ritorna­no sotto altra forma nel Finale, che inizia in un'atmosfera di ap­parente innocenza nel tempo tipicamente mozartiano di 6/8 e nello spirito dei 6/8, ma poi vede un duplice ritorno del  “tema svedese”. Il movimento e costruito su un ampio disegno in una forma che oscilla tra la Sonata e il Rondò.