Presentazione Programma
Il concerto inizia col Quartetto No.13 in la minore, D.804 “Rosamunde”, che Franz Schubert compose nel febbraio-marzo del 1824. Nel primo movimento, Allegro ma non troppo, due battute, fatte solo d’armonia e di ritmo, precedono l’inizio della melodia; sono due battute che isolano il movimento, lo distaccano dal mondo, per sollevarlo nell'atmosfera visionaria di un sogno. Nel primo movimento il “mondo di bellezza” appare quando entra il secondo tema in do maggiore, ma nello sviluppo, in minore, già sentiamo alitare il gelido soffio di un pensiero di morte, che diventerà il tema principale del Quartetto successivo denominato “La morte e la fanciulla”. Schubert si serve proprio del contrasto tra maggiore e minore come principio informatore sia della forma, sia del contenuto e il velo lirico che ricopre ogni cosa lascia però chiaramente trasparire le eloquenti verità che vi si celano. E’ il tempo lento, Andante, che costituisce però il momento di maggiore intensità poetica e lo spunto per tale movimento proviene da una pagina scritta in precedenza dallo stesso Schubert. Infatti egli utilizza una melodia tratta dalle musiche di scena per la commedia “Rosamunda”. In questo brano si può riconoscere il più puro stile schubertiano, il simbolo di tutta la sua arte per la grazia e il lirismo leggero che lo contraddistinguono. Qui ricompare espanso ed intensificato ad ogni ripetizione il contrasto tra una calma pastorale e una virile agitazione. Anche nel terzo movimento, Minuetto, Schubert fa un’autocitazione, alludendo all'inizio del Lied “Schone welt, wo bist du?” (Mondo felice, dove sei tu?) composto nel 1819 che utilizza il frammento di elegia o di inno che Schiller dedicò al mondo felice degli Dei della Grecia, ormai svanito. Nel Quartetto viene sviluppato nella massima pienezza espressiva quello che nel Lied non era che un accenno: il lamento romantico per un mondo perduto che sopravvive solo “nel magico regno del canto”. Il simbolo di questa distinzione é il contrasto tra il minore e il maggiore.Esteriormente esuberante e cavalleresco, il finale (Allegro moderato), come ci viene suggerito da numerosi passaggi misteriosi, non porta con sé alcuna reale consolazione, malgrado si concluda con due accordi forti.
Il concerto prosegue col Quartetto No.8 composto nel 1959 da Mieczsyslaw Weinberg. Questo compositore (nato nel 1919 e morto nel 1996), noto anche per il suo nome ebreo Moisei Samuilovich Vainberg, ha studiato al Conservatorio di Varsavia e si è trasferito successivamente in Russia per continuare i suoi studi al Conservatorio di Minsk. Ha scritto molta musica: 22 sinfonie, 17 quartetti per archi e sette opere. Il Quartetto Danel sta incidendo tutti i suoi quartetti; sarà pertanto particolarmente interessante ascoltare questa composizione, che è contemporanea a quella successiva di Shostakovich.
La seconda parte del concerto inizia col Quartetto No.8 in do minore, Op.110 composto da Dmitri Shostakovich nel 1960 mentre era a Dresda impegnato per le musiche di un film. La partitura porta la seguente dedica: In memoria delle vittime del fascismo e della guerra; con tutta probabilità il quartetto è però del tutto autobiografico perché in esso compare ovunque in varie permutazioni e trasposizioni il tema contenente le note re-mibemolle-do-si, che rappresentano secondo la grafia tedesca, le iniziali del compositore: D.Sch (d-es-ch, dove Sch è la traslirettazione tedesca della lettera russa iniziale del cognome di Shostakovich), citazione che compare anche nei concerti per violino e violoncello e in altre composizioni. Inoltre questo quartetto è pervaso da numerose citazioni da altre opere di Shostakovich: la prima Sinfonia, Lady Macbeth, il secondo Trio per piano e il primo Concerto per violoncello. Qualsiasi sia l’ispirazione, non si può negare che esso esprime un profondo coinvolgimento individuale e che l’intera composizione è caratterizzata da una potenza incandescente.
Il concerto si conclude col Quartetto No.11, in fa minore, composto da Ludwig van Beethoven nell'ottobre del 1810, ma pubblicato solo nel 1816 come op. 95: per la sua forte “tinta” unitaria e insieme per 1'elusiva ambiguità del suo contenuto poetico si deve anzi considerare tra le creazioni beethoveniane più singolari e, sotto tale aspetto, eccezionali. Il suo carattere “unico” é dovuto altresì alla curiosa denominazione di “Quartetto serioso”, annotata dallo stesso Beethoven sul manoscritto. Che volle intendere il maestro con quel “serioso”, equivalente, per noi moderni, ad “serio” posto tra allusive virgolette; ad un serio, cioè, che converrebbe moltissimo a Gustav von Aschenbach, il protagonista della Morte a Venezia di Thomas Man e che, per ciò stesso, s'offre vittima inevitabile sull'altare d'una tragica ironia? Certo, qualcosa di oscuro, d'inesprimibile si nasconde dietro i violenti chiaroscuri, le brusche impennate degli unisoni, i sussulti ritmici dell' “Allegro con brio”, quasi un inquieto soliloquio dell'anima; e dietro l'ambiguità addirittura crudele dell'”Allegretto ma non troppo” (in re maggiore, tonalità che spesso s'affaccia sulle soglie del demoniaco) nel quale il finissimo ordito polifonico e l'iridescenza armonica non fanno che rendere vieppiù impenetrabile il lieve sorriso della sfinge. Anche 1' “Allegro assai vivace, ma serioso” (ancora Beethoven insiste con tale indicazione) col marasma modulante del Trio, e il movimento finale il cui tema, morbidamente appassionato, ricorda quello dell'ultimo tempo del Quartetto op. 132, hanno un volto insieme affascinante e sfuggente. Per Beethoven il Quartetto sta ormai per diventare il dominio delle supreme meditazioni: un edificio interiore, sempre più chiuso agli echi del mondo esterno e ordinato da una nuova, inaudita ratio che è tuttora fonte di rinnovata meraviglia.
Bibliografia
A. Einstein: Schubert. Sansoni-Accademia, Milano, 1970.
G. Carli Ballola: Beethoven. Edizioni accademia, Milano, 1977.
Walter Riezler: Beethoven. Rusconi, Milano, 1977.
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