MusicheIl programma di sala dell’Ensemble 415 diretto da Chiara Banchini vuole essere un omaggio ad Arcangelo Corelli ed è molto bello. Nato a Fusignano nel 1653 da una famiglia di proprietari terrieri, Corelli iniziò gli studi musicali a Lugo di Romagna per poi trasferirsi prima a Bologna e successivamente a Roma dove completò gli studi, iniziò con grande successo la carriera di violinista e di compositore, e lì rimase fino alla morte nel 1713. Con un percorso fuori del comune per un compositore dell’epoca, Corelli trascurò del tutto la musica vocale ed operistica per dedicarsi esclusivamente ad una ristretta produzione strumentale di altissimo livello che costituisce la sintesi dello stadio di avanzamento della strumentalità alla fine del Seicento. La produzione di Corelli comprende sei raccolte ciascuna di dodici composizioni: anche nella sua presentazione editoriale Corelli esibisce quello spirito razionale e geometrizzante che presiede all’eleganza della scrittura stilizzata per la danza, alla sapienza del contrappunto e alla smagliante maestria nel padroneggiare la tecnica violinistica. L’indiscutibile grandezza della sua musica è frutto non del distanziarsi, né della trasgressione, ma dell’appartenenza ad un sapere, del naturale riconoscersi nei suoi valori e nelle sue norme. Corelli irradia classicità, rappresenta il sogno di ogni accademico, la dimostrazione della bontà dei precetti coi quali è possibile costruire un intero mondo di architetture impeccabili e rigorose, eppure eleganti, flessuose, brillanti, ardite, commoventi. Bach trovò in Corelli e nella ricchezza del suo stile, così profondamente intriso di sensibilità armonica e, di fatto, già tonale, molte premesse di quanto egli andava cercando. In virtù del suo straordinario magistero contrappuntistico, capace di abbracciare l’intera gamma degli affetti e degli stili, Corelli rappresenta infatti l’emblema della più alta perfezione di scrittura raggiunta alla fine del Seicento. La parola Concerto, che aveva designato all’inizio qualsiasi combinazione di strumenti o di voci e di strumenti, divenne a poco a poco quella composizione in cui un rilevante numero di strumenti si congiunge ad un insieme più piccolo o ad un singolo strumento, lasciando però intatti i rispettivi campi d’azione, ricercando cioè un’unità ideale senza confondere le linee dei due gruppi. L’insieme minore, assai variabile per il numero e la natura dei suoi partecipanti, assume il nome di Concertino; la massa più grande si intitola Concerto Grosso e consta normalmente di violini primi e secondi, viole, violoncelli e bassi. Nella concezione di Corelli il Concerto Grosso era essenzialmente una Sonata in cui la sostanza musicale era divisa in ugual misura tra il Concertino e il Ripieno. Ciò che conferisce un valore tutto speciale al Concerto Grosso è il fatto di avere cercato la propria ragione dentro un netto contrasto di volumi, di avere intuito una possibilità espressiva nell’accostare una all’altra la voce piccola del Concertino e la voce grande del Ripieno. Nacque in tale modo un passaggio continuo dall’intimità ad una affermazione quasi pubblica, un fluttuare dell’animo tra il gusto un po’ segreto di considerarsi e la gioia socievole della comunicazione. Ampi gesti si videro ridurre in raccolti soliloqui, e chiuse confidenze aprirsi all’improvviso, sciogliersi con impazienza, dilatarsi diventando convinzioni esaltanti e suggellando la loro validità mediante la forza del numero. Il Concerto Grosso trovò in Corelli il suo paradigma stilistico e la sua più piena realizzazione. Il programma di sala comprende di Corelli nella prima parte il Concerto op.6 No.4 e nella seconda il Concerto Grosso No.11. Uno dei pochi allievi accettati da Corelli fu Francesco Geminiani (1687-1762) del quale ascolteremo nella prima parte il Concerto Grosso No.1 e nella seconda il Concerto Grosso No.12 “La Follia”. Completa la prima parte del programma il Concerto a quattro violini Op.7 No.11 di Giuseppe Valentini (1681-1753) e la seconda la Sonata Op.2 No.2 del veneziano Tommaso Albinoni (1671-1751).
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