Presentazione Programma
Il programma di sala inizia con il Quintetto per Clarinetto e Quartetto d’Archi K581 di Wolgang Amadeus Mozart. Avvilito dalla solitudine artistica e umana, dimenticato dall'indifferente pubblico viennese, prostrato dai debiti, al termine della buia estate 1789 Mozart abbandona Vienna per una tregua a Baden dove la moglie Constanza frequentemente si trasferiva per le cure termali. Al ritorno a Vienna, verso metà settembre - in concomitanza con i primi abbozzi dell'Opera « Cosi fan tutte » K 588 commissionatagli da Giuseppe II - miracolosamente viene alla luce una delle pagine più dolci e struggenti della storia della musica: il Quintetto per clarinetto K 581. La pagina, forse la prima nella quale il “nuovo” strumento a fiato viene associato a una formazione d'archi, fu dedicata ad Anton Stadler, grande amico di Mozart nonché “fratello” secondo i legami massonici che entrambi avevano abbracciato. Stadler era considerato il più grande clarinettista del tempo: sempre a lui era stato dedicato il Trio “dei birilli” K 498, cosi come gli sarà affidata una delle ultime pagine mozartiane, il Concerto K 622. Il Quintetto K581 raggiunge i vertici del capolavoro in quanto, pur sfruttando appieno le risorse tecniche e le potenzialità espressive dello strumento, riserva una straordinaria parità nella conduzione del dialogo fra le singole voci e una preziosa fusione timbrica. Anche se il clarinetto predomina quale primus inter pares e viene trattato come se Mozart fosse il primo a scoprirne la grazia, il dolce e morbido respiro, la profondità e la commozione, non v'è dualismo fra a solo e accompagnamento, ma soltanto rivalità fraterna. L'aggettivo fraterno è assai appropriato poiché i clarinetti e i corni di bassetto avevano per Mozart un carattere massonico dato che, nelle riunioni meno solenni della sua Loggia, pare non si usassero che strumenti a fiato. Lo svolgimento ha un che di concertante per tutti e cinque gli strumenti. All'Allegro iniziale, generosissimo di idee melodiche, segue il Larghetto, un lago di poetica purezza immerso nell'atmosfera notturna delle sonorità in sordina. In esso il carattere cantabile del secondo tema del primo movimento viene ripreso e portato a piena fioritura. Il Minuetto che segue contiene un Trio in minore soltanto per il quartetto d'archi e un secondo Trio, un Landler, in cui il clarinetto diventa quello strumento rustico che sempre fu ed ha tuttora nella Baviera meridionale e nelle altre provincie alpine. I1 Finale è un Allegretto con variazioni: breve e divertente per la sua varietà e ricchezza, serio e piacevole. In esso Mozart ritrova la soffusa gioia dell'inizio giocando con un tema innocente e traendone, nelle Variazioni, imprevedibili suggestioni (si segnala, sopra tutte, la 5a Variazione, di meravigliosa limpidità e tenerezza).
La prima parte del concerto si conclude con Ainsi la nuit di Dutilleux. Henri Dutilleux, nato nel 1916, ha maturato – al pari di livier Messiaen e Goffredo Petrassi - il proprio mondo espressivo e la propria concezione compositiva in un momento storico di passaggio tra la svolta linguistica radicale operata dalle grandi personalità del Novecento storico – Stravinskij, Bartók, Schönberg, Berg e Webern - e le nuove avanguardie europee del secondo dopoguerra. Pur non possedendo la statura e lo spirito innovativo del collega francese, né la varietà degli intenti poetici e delle tecniche compositive del musicista italiano, Dutilluex ha sviluppato dopo il 1945 un lessico compositivo assai personale, nutrito ad un tempo da un ben temperato eclettismo e da un’attenta selezione delle procedure e dei procedimenti compositivi dei più giovani compositori d’avanguardia.
Ainsi la nuit per quartetto ad archi, opera composta nel 1977, è tra i maggiori esiti di Dutillleux e costituisce una delle tappe più sperimentali del suo iter compositivo. L’opera è concepita in sette sezioni , i cui titoli (“Nocturne”, “Miroir d'espace”, “Litanies”, “Litanies II”, “Constellations”, “Nocturne II” “Temps Suspendu”) vanno considerati come delle sorta epigrafi evocative poste ad enigmatico suggello dei singoli movimenti. In quattro casi esse sono precedute da più brevi sezioni intermedie, denominate “parentesi”, che svolgono un ruolo strutturale primario nella concezione formale della composizione. Tali “parentesi” sono infatti deputate ad evocare nell’ascoltatore una temporalità musicale non vettoriale, in cui il passato esperito, il presente che avviene e il futuro atteso ruotano ciclicamente come nel tempo “multidirezionale” dell’inconscio e dell’esperienza onirica. La disposizione formale dell’opera tende a indurre tale molteplicità e circolarità temporali attraverso una presentazione fratta, irregolare e ricorsiva del materiale motivico e dei nuclei ritmici, in cui le “parentesi” hanno una funzione centrale : ad esempio poco dopo l’esordio della composizione la “parentesi” che segue “Miroir d’espace” sia richiama elementi motivici e ritmici di tale sezione, sia anticipa elementi strutturali della successiva “Litanies 1”; mentre la “parentesi” che segue “Litanies 1” ritorna su alcune figure musicali della sezione precedente, e nel contempo in parte prefigura il successivo movimento, denominato “Litanies 2”. Tale sovrapposizione nelle “parentesi” tra riproposizione ed anticipazione del materiale musicale governa ogni aspetto del quartetto, tanto che nell’ultimo movimento è difficile cogliere se la musica si concluda realmente o se – almeno in potenza – essa tenda a ricominciare dall’inizio: la circolarità infinita utopicamente evocata è ben espressa dal titolo proustiano “Temps sospendu” che il compositore ha prescelto per denominare l’explicit della composizione, e che ben riassume icasticamente il principio costruttivo dell’intero quartetto.
Nella seconda parte del concerto è previsto il Quintetto in sol maggiore per clarinetto e archi op. 115 di Johannes Brahms, scritto nell'estate del 1890, dopo un piacevole viaggio in Italia, di cui sembra quasi prolungare le dilettose sensazioni. Giunto quasi al termine della sua vita artistica, Brahms vuole ancora una volta cimentarsi con le sottili alchimie dei rapporti strumentali in quel difficile complesso che è il Quintetto. E questa volta la prova gli riesce più felicemente che otto anni addietro col Quintetto in fa maggiore. La corrispondenza tra 1'idea e la veste strumentale è assai più stretta e precisa; i pensieri circolano con scioltezza fra gli strumenti, ognuno dei quali giustifica pienamente la propria presenza. Il Quintetto in sol maggiore è una delle composizioni da camera “leggere” di Brahms. Come già nell'altro Quintetto d'archi, il mondo che vi si manifesta è quello, poniamo, degli incantevoli Valzer per pianoforte e per coro femminile; l'aspetto di Brahms che qui si traduce è quello della sua bonaria e indulgente simpatia per il valzer viennese e per altre forme di musica popolare d'intrattenimento. Ben inteso, ogni riferimento preciso a tali generi è escluso nella severità compositiva del Quintetto, ma l'umore è quello, e qualche eco di Vienna, come pure qualche brillante ritmo ungherese di czarda non è difficile da scoprire, specialmente nel primo e nell'ultimo tempo. Il Quintetto è un'opera straordinaria, una delle più alte di tutta la letteratura musicale, dove quella qualità senile, quel presentimento augusto e sereno della morte si manifesta in una stanchezza che ha il languore dell'adolescenza più che la debolezza della vecchiaia. II tessuto fitto e omogeneo della variazione si stende con una continuità che fa pensare alla fluidità del colore di Tiziano quasi centenario, dove tutti i grumi sono disciolti, ogni residuo di materia è scomparso, e il colore non è più che una luce ovunque diffusa, che invade ogni aspetto del creato. Così la musica del Quintetto fluisce con altrettanto piana naturalezza, sopita ogni antica querela con le esigenze formali dello schema sonatistico: ormai il principio della variazione continua ha, per cosi dire, fluidificato la musica, risolvendola in un ordito ininterrotto che non ha più nulla della fragilità dei solidi, ma presenta piuttosto la docile duttilità degli elementi liquidi o gassosi. Incastonato nelle volute malinconiche del clarinetto, il Quintetto in si bemolle minore è come il compendio di tutta una vita, rivista dall'alto d'una favolosa saggezza senile. Quattro i movimenti, classici nella loro impostazione e disposizione. Un senso dell'architettura, lucido e levigato, ispira l'Allegretto d'apertura, impostato nella tradizionale forma-sonata: il brano si apre con una sorta di inciso tematico, melodico e struggente, che assicurerà unità a tutto il brano. Da ammirare la suprema libertà nell'utilizzo dei temi principali e delle idee secondarie, il tessuto armonico particolarmente dolce, il fluido altalenare dei vari elementi. Oltre al clarinetto, anche al violoncello viene offerta la possibilità di partecipare questa emozionante avventura, ma sempre con pudica riservatezza. L'Adagio - impostato in una forma cara a Brahms, quella del Lied ternario è stato definito “un vero canto d'amore”: ed in effetti la cantilena sognante del clarinetto, sostenuto dagli archi con sordina, non può offrire idea migliore della confidenziale semplicità del Quintetto. Vero protagonista di questo movimento, il clarinetto sfrutta tutte le possibilità di sfoggiare il suo virtuosismo (non solo tecnico, ovviamente, ma anche espressivo); e diviene via via portavoce di tutta ima serie di “rappresentazioni speciali” - motivi ornati e variopinti, accenti graziosi, affettuosi, lirici e “patetici”. In quanto al caratteristiche “alla zingarese” , che compare in alcune pagine, esso conferisce lo “spolvero” di un vero passaggio concertistico: profusione di bizzarri arabeschi, di dettagli decorativi, di giochi e divagazioni rapsodiche. Singolare appare - dopo la facile scorrevolezza dell' Adagio - la struttura del terzo movimento, un Andantino the si presenta attraverso insolito preludio, una trentina di battute. I contorni sfumati di questo episodio sembrano venire imbrigliati dal Presto che ne è concatenato; ma anche questo brano si dimostra senza forma ben definito e sviluppa liberamente il tema nello spirito di uno scherzo, dando vita ad un episodio misterioso e irreale. Anche il Finale è impostato su una formula inequivocabilmente brahmsiana, quella del tema con variazioni. Questo tema, una delle invenzioni più belle della storia della musica, viene espresso con semplicità dagli archi. Poi, a turno, si possono apprezzare tutte le voci: il violoncello nella I Variazione; il clarinetto nella II, che attraversa la pagina con disegni febbrili su un accompagnamento sincopato degli archi; il clarinetto e il primo violino, uniti, nella IV, quel celebre e commentatissimo “dialogo amoroso”. Celebre 1'eco “deformato” del motivo iniziale, ripreso nella Coda con un rallentamento architettonico di enorme fascino. A Vienna il Quintetto Op. 115 fu presentato ai primi del gennaio 1892 dal clarinettista Steiner accompagnato dal Quartetto Rose e ripetuto quindici giorni dopo. Attesa calorosissima, pubblico in delirio, critiche osannanti (per la prima volta “senza alcuna riserva”).
Bibliografia
Amedeo Poggi, Edgar Vallora: Mozart: Signori, il catalogo è questo. Einaudi Ed. Torino, 1991.
Alfred Einstein: Mozart. Ricordi Ed., Milano, 1951.
Massimo Mila: Brahms e Wagner. Einaudi Ed. Torino, 1994.
Amedeo Poggi, Edgar Vallora: Btahms: Signori, il catalogo è questo. Einaudi Ed. Torino, 1997.
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