MusicheIl programma di sala inizia con un celebre brano di Mozart, la Fantasia in do minore K475; terminata nel 1785, essa è dedicata a Theresa von Trattner. La varietà del materiale in uno spazio tanto ristretto e l’arditezza dell’armonia sono davvero eccezionali: episodi lirici si susseguono ad episodi veloci. In essa appare evidente la potenza dell’improvvisazione di Mozart: grande libertà e ardita immaginazione, estremo contrasto di idee, libera varietà di elementi lirici e virtuosistici e, con tutto ciò, equilibrata logica strutturale. Dopo gli accenti drammatici dell’Adagio iniziale, un breve Allegro, dal contenuto emotivo intenso nella diversità dei suoi motivi, si collega ad un Andantino annunciato da un grande passaggio cadenzale di quattro misure concluso su un piano coronato. Momento di lirismo patetico, esso si riversa su un movimento Più Allegro, molto agitato, con passaggi di biscrome veloci e di terzine che si placano man mano preparando emotivamente il ritorno dell’introduzione drammatica, appena modificata. Il programma prosegue con alcuni stuzzicanti aforismi musicali, denominati Musica Ricercata, del compositore ungherese Gyorgy Ligeti; è questa una composizione giovanile (1951-53), prima che Ligeti espatriasse (nel 1956) e diventasse uno dei lieder dell’avanguardia europea. Essi includono un piccolo walzer (No 4) che trae le sue origini tra il Walzer Minuto di Chopin e le desolanti fantasie danzanti degli ultimi anni di Liszt, alcuni richiami alla musica del sud America (No 7) e un ricordo a Bela Bartók‚ in memoriam’ (No 9), che liberamente rievoca la Sonata per due pianoforti e percussione. La prima parte del concerto si conclude con il Rondò in la minore K 511 ancora di Mozart, composto a Vienna nel 1787. In esso Mozart approfittò della libertà offerta da pagine senza condizionamenti riversandovi - attraverso una sconcertante ricchezza di mezzi tecnici, armonici e contrappuntistici- tutti i valori della propria fantasia, in una trama così leggera e trasparente che l’ascoltatore non riesce ad avvertire la complessa fattura costruttiva. Straordinaria è la profondità emotiva di questo Rondò, il suo chiaroscuro dal maggiore al minore e la perfezione del suo stile. Nella seconda parte del concerto viene eseguita la Sonata n. 20 in sol maggiore “Fantasia” (op. 78, D 894) di Schubert. Questa sonata, coronamento e vertice della trilogia del 1825, e che Schumann considerava già come “la più riuscita di tutte per lo spirito e per la forma”, fu scritta nel mese di ottobre del 1826, poco dopo il Quartetto, nella stessa tonalità, op. 161, D 887, e fu dedicata a un amico intimo di Schubert, Josef von Spaun. L'editore Haslinger la pubblicò nel successivo mese di aprile con il titolo illusorio di Fantasia, Andante, Menuetto e Allegretto, quattro pezzi separati che forse dal punto di vista commerciale venivano giudicati più convenienti di una grande sonata. Tuttavia il frontespizio dell'edizione porta scritto Fantasia o Sonata, mentre il manoscritto di Schubert indica IV Sonata. Poiché D 845 e D 850 hanno ricevuto in edizione a stampa i numeri 1 (op. 42) e 2 (op. 53), bisogna concludere che il compositore pensava ancora di portare a termine la Sonata in do maggiore D 840, prevista come terza sonata. Comunque sia, la Sonata in sol ha conservato l'appellativo di Fantasia, giustificato, se non dalla forma, che è ortodossa, almeno dall'andamento e dal contenuto poetico insolito del primo movimento. Come Schumann, anche Liszt amava molto quest'opera, che definiva un “poema virgiliano”, termine perfettamente appropriato salvo che per il drammatico sviluppo centrale del primo brano. Il primo movimento MOLTO MODERATO E CANTABILE è il più originale tra i primi movimenti di sonata scritti da Schubert, quello che, per ampiezza metrica ed essenza contemplativa, si allontana maggiormente dal carattere tradizionalmente attivo di un primo tempo classico. Il suo puro lirismo, nel quale Rehberg vede giustamente espresso “il presentimento della primavera imminente”, si iscrive senza sforzo nella cornice tripartita della forma sonata. Il tema iniziale si rivela un complesso armonico di ineffabile bellezza, quasi immobile nella sua estatica tenerezza. Attraverso la scappatoia di si minore, si raggiungono presto i paraggi luminosi di si maggiore. Poi appare l'ampia melodia del secondo tema cantabile in dolci ottave alla mano destra su un accompagnamento puntato della sinistra, che ondeggiando lievemente apporta la tensione necessaria allo sviluppo del discorso musicale. Ma un elemento conclusivo velato di mistero, costituito da sole quattro note, ristabilisce 1'atteggiamento contemplativo. Schubert ha concentrato tutti gli accenti eroici o drammatici, tutti gli elementi contrappuntistici, nello sviluppo centrale, basato quasi interamente sul tema iniziale e sulle sue varianti. Comincia fortissimo in sol minore e, attraverso una regressione in canone, cresce fino ad un'imponente affermazione del tema principale in si bemolle minore. Un intervento rasserenante del secondo elemento ha però vita effimera: la musica concentra nuovamente le sue energie in un canoneche giunge al culmine drammatico del pezzo: proclamazione in do minore del grande tema, che svela il suo vero volto e assume ora un aspetto tragico, una sinistra grandezza. A proposito del contrasto cosi netto tra 1'esposizione e lo sviluppo non possiamo non citare, con Rehberg, il grande poeta epico svizzero Carl Spitteler: “Quando vediamo Schubert disteso sull'erba tra i fiori - questa è la sua posizione abituale - lo consideriamo quasi un pastorello, un innocente addormentato. Ma se egli si desta e si alza, ci sorprende la statura gigantesca, la maestà dei suoi movimenti, la forza erculea che il suo gesto rivela”. La ripresa e preceduta da una breve zona di silenzio. Ritroviamo l'atmosfera idilliaca dell'inizio, ma non riusciamo più a dimenticare il dramma che sappiamo celato dietro tanta quiete. Segue un ANDANTE in re maggiore, che gareggia per bellezza e intensità espressiva con il brano precedente, nel quale si può riconoscere un'eco amplificatrice e matura della giovanile Sonata in la maggiore D 664. La forma, semplicissima, è quella del Lied a cinque sezioni, in cui le sezioni pari, variate ogni volta, oppongono la tenera contemplazione della melodia lirica all'energia appassionata dei due intermezzi in si minore. La ricchezza sonora di questo brano culmina nell'epilogo magistrale, pieno di emozionanti modulazioni. Il terzo movimento, un delizioso MINUETTO Allegro moderato, eco amplificata delle Valses nobles del 1825, dal tipico carattere viennese, suscitò l'entusiasmo dei contemporanei di Schubert. I ritmi energici della sezione principale, con le sincopi capricciose e i trilli, si oppongono al canto celestiale ed estatico del trio in si maggiore, la cui intimità sognante sembra voler concentrare in un solo attimo di felicità, in un miracolo armonico, tutte le virtù che rendono Schubert ineguagliabile. L'ALLEGRETTO conclusivo, un rondò liberamente trattato, e insieme un divertimento, conclude la sonata in modo particolarmente felice. Le melodie derivano il loro carattere inimitabile da varie fonti popolari: è uno di quei pezzi in cui pare di veder sfilare le silhouette dei contadini di Boemia, degli zigani della puszta ungherese e, beninteso, degli amabili viennesi. Vera festa melodica e sonora, che esprime di volta in volta una gioia raffinata e un'allegria esuberante, è un vaso di Pandora colmo di invenzioni musicali. Il nucleo centrale è l'episodio danzante in mi bemolle maggfore, la cui forma tripartita racchiude un gioiello prezioso, una delle manifestazioni essenziali dell'anima schubertiana afferrata nel suo intimo mistero. Dalla tonalità di do minore, la melodia celeste si illumina del tenero sorriso di do maggiore, distendendosi in tutto il suo splendore; poi è attratta di nuovo nelle zone d'ombra delle tonalità minori, e finisce per scomparire misteriosamente come era apparsa: passaggio inafferrabile della Bellezza su questa terra! Non resta che concludere con una ripresa abbreviata dei temi originari, e la sonata svanisce delicatamente sul sorriso di un limpido pianissimo...
Bibliografia Alfred Einstein: Mozart. Ricordi 1951, Milano Francois-René Tranchefort: Guida all’ascolto della Musica per pianoforte. Rusconi 1995, Milano Amedeo Poggi, Edgar Vallora: Mozart. Einaudi 1991, Milano.
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