Presentazione Programma
Il programma di sala inizia con la Sonata No.1 in fa maggiore Op.5 No.1 di Ludwig Van Beethoven. Le prime due Sonate per pianoforte e violoncello, pubblicate nel 1797 come Op.5, furono composte nell’inverno del 17955 per il famoso violoncellista francese Jean Pierre Duport. Entrambe le sonate dell’Op.5 constano di due Allegri il primo dei quali, di eccezionale importanza, rappresenta la chiave di volta dell’ 'intera composizione ed è preceduto da un breve “Adagio” introduttivo. Beethoven ha appena intuito le risorse della fascinosa cantabilità del violoncello e non pensa ancora di farne uso in un vero movimento lento (ciò che, peraltro, non avverrà che nelle due Sonate dell'op. 102); e neppure sembra preoccuparsi di prendere in considerazione il virtuosismo di Duport o quello dell'illustre dedicatario. La prima Sonata, in fa maggiore, denuncia gli squilibri e le incertezze di un genere per la prima volta sperimentato. Beethoven non sembra molto convinto delle qualità solistiche e concertanti del violoncello, e non sempre riesce a raggiungere il delicato equilibrio fonico e timbrico tra i vari registri dello strumento ad arco e quelli del pianoforte. Benché i due strumenti agiscano in un ordine ideale di assoluta parità, il pianoforte si muove con una scioltezza e una autorità ben maggiori e per lunghi tratti provvede a mandare avanti da solo il discorso, relegando l'impacciato antagonista a modeste figurazioni d'accompagnamento e di sostegno armonico. Inoltre il violoncello abbandona raramente il registro grave per avventurarsi nelle lucenti sonorità della chiave di tenore. La prima parte del concerto si conclude con la Sonata in fa maggiore Op.6 di Richard Strauss, composta nel 1882, a soli diciotto anni. C’è uno splendido contrasto tra i due temi principali dell’Allegro con brio iniziale, e la dialettica trova vigore anche dalle possibilità espressive offerte dal ritmo ternario che si configura come una vera musica di danza, un valzer raffinato e un po’ lugubre. Il primo tema, come mascherandosi, elude subito la tonalità di fa maggiore. Il secondo tema, patetico e concentrato in brevi intervalli, elude anch’esso, da principio, i rapporti tonali ma dopo la prima frase subisce una decomposizione e risorge in do maggiore. Il secondo tempo, Andante ma non troppo, si apre con una melodia in re minore di artificiosa bellezza. Perfettamente binaria nella struttura, essa dà una strana impressione di asimmetria, dovuta alla diminuzione progressiva dei valori delle note, di battuta in battuta. Il Finale (Allegro vivo), di nuovo in fa maggiore, con il suo grande balzo in alto seguito dall’ornato del sol diesis, conferma un tratto morfologico della musica straussiana: lo slancio verso l’alto, sia esso impulso vitale o momento d’estasi, seguito dal monile aggraziato. Tutto il finale alterna bellissime ispirazioni a zone di collegamento pleonastiche.
La seconda parte del concerto inizia con Phantasiestuecke Op.73 di Robert Schumann composta inizialmente per clarinetto. La denominazione Phantasiestuecke ricorre per la seconda volta nel catalogo di musica da camera di Schumann, dopo l'op. 88 per Trio del 1842. E' evidentemente un tema caro al maestro tedesco, che nasce da un forte impulso immaginativo e si valorizza poeticamente in un'affermazione di libertà inventiva. Ed è singolare constatare, a tale proposito, che il primitivo titolo di questi 3 pezzi così intimamente collegati da risultare ineseguibili separatamente, fosse "Soirée-stucke", titolo più notturno ed enigmatico che salottiero. Scritte e pubblicate, nel 1849, le 3 pagine hanno struttura formale simile, ternaria, con ripresa e, nel secondo e terzo pezzo, coda. Ma questa impostazione accademica ha il pregio di attenuarsi nell'invenzione di ritornelli interni e nel fiorire di incisi e di motivi derivati. Le didascalie ai 3 pezzi sono "Zart und mit Ausdruck" ("Delicato e con espressione"), "Lebhaft, leicht2 ("Animato, leggero"), "Rasch und mit Feuer" ("Rapido e con fuoco"). Fascinosissimi, i Phantasiestuecke che oscillano nel tono di La tra il modo maggiore e il modo minore, possono essere eseguiti, in alternativa al clarinetto, dal violino e dal violoncello. La prima interpretazione ne fu compiuta dal clarinettista Johann Kotte e dalla moglie di Schumann, Clara. Il concerto si conclude con la celebre Sonata in la maggiore, composta da Cesar Franck nel 1886, che rappresenta uno dei capolavori della letteratura per violino. Alcuni sostengono che questa celebre Sonata per violino e pianoforte sia stata concepita inizialmente per violoncello, ma non esiste alcuna documentazione in proposito. Nondimeno la trascrizione per violoncello del violoncellista francese Jules Delsart pubblicata nel 1906 viene molto apprezzata. Abbiamo già ascoltato questa sonata negli anni scorsi sia per violino sia per violoncello; anche quest’anno l’ascolteremo anche per violino nel concerto della Janine Hansen. Straordinaria è la maestria con cui Franck riesce a controllare e insieme a esaltare l'irruenza improvvisativa della frase dello strumento ad arco e la complessità delle concatenazioni armoniche con il rigore della forma. Il modello formale cui Franck fa riferimento è quello della sonata ciclica, formula compositiva che consente di elaborare il tema principale nel corso dell'intero lavoro, ricreandolo in contesti espressivi differenti. Il motivo tematico viene esposto dal pianoforte già nelle prime misure dell'Allegretto ben moderato, pagina che nella sua essenzialità assume un carattere introduttivo. Al contrario il drammatico Allegro che segue è in rigorosa forma sonata. Il disegno melodico dell'introduzione, affidato prima al pianoforte poi al violoncello, subisce un geniale trattamento di riduzione ritmica della figurazione, per poi moltiplicarsi in nuovi episodi tematici intermedi e generare una seconda idea che appare solo espressivamente lontanissima dalla prima. L'Allegro si chiude con la riproposta sotto forma di coda dell'irruente tema iniziale. Recitativo-Fantasia è il sottotitolo del terzo movimento, lento e rapsodico. Qui la libera invenzione strumentale è imbrigliata entro una serie di episodi che si susseguono senza soluzione di continuità. In questo modo i due strumenti sono in grado di spaziare dal lirismo più sommesso alla drammaticità più concitata. La forma a rondò che caratterizza il gioioso tempo finale, un canone a due parti, consente a Franck di inserire episodi derivati dai movimenti precedenti, sorta di flashback tematici di forte suggestione. L'altissima qualità di questa musica colloca la Sonata in La maggiore di Franck ai vertici del repertorio per strumento ad arco e pianoforte.
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