Musiche

Il programma di sala inizia con la Sonata op. 69,  composta da Beethoven nel 1808 e dedicata al suo grande amico barone Ignaz von Gleichenstein. In essa il violoncello conquista una piena indipendenza, emancipandosi completamente dall'arcaica schia­vitú di basso fondamentale, e si affina il difficile gioco di equilibrio tra i due strumenti. Oltre a tali conquiste squisi­tamente stilistiche raggiunte nell'ambito di un nuovo linguaggio strumentale si ammira nella Sonata Op.69 anche un superiore afflato poe­tico rispetto alle due Sonate dell’Op.5. Questa terza sonata è un'opera piena di luminosa e calda bellezza e di lieto ma non superficiale ottimismo, appena solcata, nel som­messo e favoleggiante « Scherzo », da un'ombra fugace di mi­stero. Questo movimento, portato a notevole estensione median­te la doppia ripetizione dei Trio-Scherzo da capo (secondo un procedimento già adottato nel Quartetto op. 59 n. 2, e al qua­le Beethoven d'ora in poi ricorrerà con una certa frequenza), s'inquadra tra due «Allegri » di ampio respiro lirico, dominati dalla calda cantabilità del violoncello, che si intreccia alle fra­si del pianoforte come in un lungo, ininterrotto dialogo tra due amanti mai sazi di scambiarsi espressioni appassionate. È chiaro che un vero movimento lento avrebbe eccessivamente raddolcito i contorni già tanto morbidi e liricamente sfumati della Sonata, e infatti l' “Adagio” qui è ridotto a diciotto battute, preposte come introduzione al radioso Finale: Beethoven, del resto, da tempo si è liberato dalla giovanile ossessione per l' “Adagio” visto come fulcro strutturale e acme patetico dell'intera Sonata, all'interno della quale va ora saggiando di volta in volta nuovi criteri di equilibrio formale ed espressivo.

La prima parte del concerto si conclude con  la Sonata No.1 di Bohuslav Martinu (Cecoslovacchia, 1890 - Praga, 1959), che abbiamo ascoltato alcuni anni or sono suonata da Steven Isserlis.  Martinu, che trascorse gli anni di guerra negli Stati Uniti, apparteneva a nuova generazione di musicisti cechi che guardava, per trar­re la ispirazione, a Parigi invece che a Vienna; egli  andò a Parigi nel 1923quando già Milhaud, Honegger e Poulenc si stavano affermando, e non poté non risentire della loro influenza, specialmente di quella di Honeg­ger. Anche il neoclassicismo stravinskiano esercitò un considere­vole influsso su di lui. L'influsso neoclassi­co è evidente in lavori quali la Partita per archi (1931), nella Sin­fonia per due orchestre (1932) e nel Concerto per pianoforte (1935). Col passare dei tempo, la prospettiva classica di Martinu  venne temperata dalla tendenza romantica che stava nel profondo del­la sua natura. In lavori quali il Concerto doppio per due orchestre, pianoforte e timpani (1940) e nelle tre sonate per violoncello e pianoforte, scritte dopo che il suo pae­se fu tradito a Monaco, egli riecheggiò le atmosfere di quel tempo ­tragico. Martinu fu essenzialmente un compositore "naturale," poiché scriveva con immensa facilità e con grande abi­lità tecnica, riuscendo ad ­amalgamare fra loro le tradizioni musicali ceche e le ten­denze occidentali contemporanee. Egli sostenne sempre il primato dell'espressione sulla tecnica e in questo, come nella sua musica attentamente elaborata, fu un degno rappresentante di una delle nazioni più musicali d'Europa. Egli sostenne sempre il primato dell'espressione sulla tecnica e in questo, come nella sua musica attentamente elaborata, fu un degno rappresentante di una delle nazioni più musicali d'Europa.

Il concerto si conclude con la celebre Sonata in la maggiore, composta da C. Franck nel 1886, che rappresenta uno dei capolavori della letteratura per violino. Alcuni sostengono che questa celebre Sonata per violino e pianoforte sia stata concepita inizialmente per violoncello, ma non esiste alcuna documentazione in proposito. Nondimeno la trascrizione per violoncello del cellista francese Jules Delsart pubblicata nel 1906 viene  molto apprezzata. Poiché abbiamo sentito all’inizio della stagione questa sonata interpretata dalla violinista Isabelle Faust, sarà interessante fare il confronto tra l’esecuzione con violino oppure con violoncello. Straordinaria è la maestria con cui Franck riesce a controllare e insieme a esaltare l'irruenza improvvisativa della frase dello strumento ad arco e la complessità delle concatena­zioni armoniche con il rigore della forma. Il modello formale cui Franck fa riferimento è quello della sonata ciclica, formula composi­tiva che consente di elaborare il tema princi­pale nel corso dell'intero lavoro, ricreandoloin contesti espressivi differenti. Il motivo tematico viene esposto dal pianoforte già nelle prime misure dell'Allegretto ben moderato, pagina che nella sua essenzialità assume un carattere introduttivo. Al contrario il drammatico Allegro che segue è in rigorosa forma­ sonata. Il disegno melodico dell'introduzione, affidato prima al pianoforte poi al violoncello, subisce un geniale trattamento di riduzione ritmica della figurazione, per poi moltiplicarsi in nuovi epi­sodi tematici intermedi e generare una se­conda idea che appare solo espressivamente lontanissima dalla prima. L'Allegro si chiude con la riproposta sotto forma di coda del­l'irruente tema iniziale. Recitativo-Fantasia è il sottotitolo del terzo movimento, lento e rapsodico. Qui la libera invenzione strumentale è imbrigliata entro una serie di episodi che si susseguono senza soluzione di continuità. In questo modo i due strumenti sono in grado di spaziare dal lirismo più sommesso alla drammaticità più concitata. La forma a rondò che caratterizza il gioioso tempo finale, un canone a due parti, consente a Franck di inserire episodi derivati dai movimenti prece­denti, sorta di flashback tematici di forte sug­gestione. L'altissima qualità di questa musica colloca la Sonata in La maggiore di Franck ai vertici del repertorio per strumento ad arco e pianoforte.