Musiche
Composti probabilmente nel 1682, anche se pubblicati
soltanto nel 1714, i concerti grossi dell'op.6 rappresentano l'archetipo
di una forma che sarà sempre meglio definita da Torelli e da Vivaldi
(il quale ridurrà i movimenti a tre soltanto). Con Corelli le sezioni
del “concertino” e del “concerto grosso” diventano
una realtà non soltanto formale, ma anche artistica; l'opposizione
tra solisti e tutti fu fondata sempre più sul contrasto dei materiali
musicali e sul diverso livello di difficoltà esecutiva. Il “concertino”
corelliano, realizzato con un trio d'archi, proietta il linguaggio della
sonata a tre nell'ambito dell'orchestra dove il contrappunto gode di una
ricchezza che è il migliore retaggio della scuola bolognese; inoltre
diventa realtà un linguaggio musicale non virtuosistico e non suggerito
esclusivamente dalla pratica della strumento. Infine con Corelli la tonalità
si afferma in modo definitivo concludendo un cammino carico di incertezze
per realizzare la totale liberazione dalla modalità.
All'opposto Alessandro Scarlatti era per temperamento
soprattutto un compositore di musica vocale. Sebbene fosse un ottimo clavicembalista,
si può con difficoltà riconoscere il padre di Domenico nella
musica che ci ha lasciato per questo strumento e tra i suoi pochi pezzi
orchestrali i più interessanti sono quelli dell'op.8 (di cui ascolteremo
come secondo brano il No.2), fortemente influenzati da Corelli. La fattura
del pezzo è sempre interessante, ma i temi sono assai meno attraenti
di quelli di Corelli o di Haendel.
I dodici Concerti grossi op. 6 di Haendel , composti in poche settimane
e pubblicati nel 1739, appartengono essenzialmente alla "“scuola”
di Corelli e possono essere definiti tradizionali. La condotta seria e
dignitosa e la struttura eminentemente contrappuntistica di questa musica
non sono tanto rappresentative degli anni intorno al 1730 quanto piuttosto
della prima parte del secolo, quando Handel andava formandosi uno stile
in Italia. L'atteggiamento "“conservatore” si manifesta
nell'osservanza di parecchie regole dettate da Corelli: le parti dei violini
sono sempre trattate come nella sonata a tre; esse hanno uguale importanza,
si incrociano l'un l'altra e il secondo violino emerge spesso rispetto
al primo. I movimenti lenti imitano pezzi simili delle sonate da chiesa
di Corelli. Il carattere di "modernità" risulta evidente
nella tendenza al sinfonico, nella costituzione dei crescendo, nella dinamica
sorprendente, nelle trovate drammatiche e nelle interruzioni. Tuttavia
l'aspetto più insolito di questi concerti, aspetto né moderno
né conservatore ma semplicemente haendeliano, consiste nella libertà
di improvvisazione nell'ambito di principi stabiliti per quel genere.
Il primo concerto dell'op.6, che verrà eseguito dall'Accademia
Bizantina come terzo brano, comincia «con orgoglio e alterigia».
La sezione iniziale è seguita da un allegro imperioso dalla vivacità
inesauribile. Poi l'eloquenza quasi fisica cede il passo al lirismo; l'«Adagio»
è un duetto d'amore di autentica dolcezza mediterranea. L'«Allegro
» finale svanisce poco dopo una fuga veloce ed energica nella quale
i bei risultati tecnici sono ottenuti con disinvoltura.
La prima parte del concerto si conclude col Concerto Grosso n.12 (Follia)
di Francesco Geminiani; allievo di Corelli, Geminiani ebbe una lunga carriera
a Londra come virtuoso e compositore. Qui egli pubblicò nel 1751
l'Arte di Suonare il Violino, un metodo che illustra quei principi della
tecnica e dell'interpretazione che venivano insegnati da Corelli e dagli
altri maestri italiani all'inizio del settecento. Il tema la Follia è
un famoso motivo, probabilmente di origine portoghese e risalente all'inizio
del seicento, divenuto uno dei temi preferiti per le variazioni.
La seconda parte del concerto è dedicata interamente a Vivaldi
di cui ascolteremo il Concerto in do magg. per archi e basso continuo
(da RV 114 e RV 116) e tre concerti dell'op.3, il No.8, il No.6 e il No.5.
Per farsi un'opinione esatta sulla attività creatrice di Vivaldi
bisogna considerarlo sotto i tre profili di virtuoso, di professore e
di compositore. Vivaldi era stato dapprima un violinista insigne - del
resto tutte le successive attività musicali, da lui esplicate alla
Pietà come altrove, l'obbligavano sempre a conservare il contatto
con lo strumento prediletto -, sia che si esibisse come virtuoso, sia
che dirigesse orchestre, con l'archetto in mano, secondo il costume dell'epoca.
Si sa che era stato formato dal padre, ma si ignora che maestri avesse
avuto quest'ultimo. E' certo, tuttavia, che Venezia aveva una antichissima
tradizione violinistica; d'altra parte, la scuola bolognese, fiorente
al tempo della giovinezza di Vivaldi, e di cui non si potrebbe negare
l'influenza esercitata su di lui (le sue prime opere sono piene delle
reminiscenze di Corelli) risale, in gran parte, a fonti veneziane. In
pratica, si può dire che la sua tecnica di esecuzione era trascendentale
e capricciosa quanto il suo carattere. La tecnica fissata nelle sue opere
scritte è logica, coerente, fermamente stabilita sulle basi di
quella di Corelli, tuttavia con più ordine, come conveniva ad un'arte
creata da poco e, allora, in piena ascesa.
Come compositore Vivaldi deve la sua fama soprattutto ai concerti; in
essi egli dimostra pienamente la propria genialità di creatore
e le reminiscenze corelliane - d'altronde assai rare - sono spazzate via
da un più impetuoso slancio ritmico e da una più vivida
fantasia. La prima raccolta di concerti, la famosa opera 3, dal sottotitolo
Estro armonico pubblicata nel 1712, dimostra come era elastica la concezione
delle forme musicali al principio del XVIII secolo, allorchè esordisce
Vivaldi. In questa raccolta alcuni concerti rispondono alla definizione
del concerto grosso, di cui Stradella, Corelli, Torelli ed altri avevano
già fornito molti modelli, cioè un'opera in cui un gruppetto
di strumentisti scelti, il concertino, si contrappone al grosso dell'orchestra,
o concerto grosso, composto dai musicisti ordinari, o ripieno. Ma i concerti
grossi dell'opera 3 conservano tale principio d'opposizione a gradi diversissimi.
Per la maggior parte delle composizioni un violino è trattato con
più rilievo degli altri, preludendo così allo spirito del
concerto solista (nei concerti di Corelli e di Torelli i due violini del
concertino erano quasi sempre su un piede di perfetta uguaglianza). Ad
esempio il no.6 è senza alcun dubbio un concerto per violino solista,
mentre nei n. 5 e 8 le parti dei due violini sono trattate con uno spirito
solistico ardito e già lontano dal concerto grosso, con sfoggio
di virtuosismi, arpeggi e note acute. Da questo momento, il concerto esce
dal periodo arcaico per esprimere quelle tendenze individualistiche che
si svilupperanno in maniera ancor più evidente nei concerti del
periodo cosiddetto «classico» (che sono spesso d'espressione
quasi romantica).
Vivaldi adotta sempre la forma tripartita (allegro-adagio-allegro) e regola
bene il contrasto che viene a crearsi fra la vivacità dei due movimenti
d'apertura e di chiusura ed il raccoglimento del movimento mediano. Inoltre
accentua tale contrasto, alleggerendo considerevolmente l'accompagnamento
del movimento lento; talvolta poi ferma tutta l'orchestra, lasciando che
il solo clavicembalo accompagni lo strumento solista che può così
adottare un tempo lento a piacere, ridurre la sua sonorità a un
soffio e suonare in sordina. In certi adagi, conserva i violini, o i violini
e le viole, ma sopprime il clavicembalo e i bassi, ottenendo così
effetti di trasparente leggerezza.
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