Musiche
Gli ultimi due Trii di W.A. Mozart non si mantengono allo stesso livello dei precedenti: l'opera mozartiana in questo campo non ha una chiusa trionfale. L'ultimo Trio in sol maggiore KV 564, terminato nel 1788 esattamente un mese dopo l'incomparabile Trio per archi KV 563 dedicato al suo amico massone Puchberg, era in origine una Sonata per pianoforte, evidentemente destinata a principianti. È un'opera troppo tenue per riempire la cornice di un Trio per pianoforte e archi nel quale, secondo le idee di Mozart, i tre strumenti devono tener viva una vera conversazione. Si dovrebbe riportare questo lavoro alla sua versione originale, rendendogli così tutta la grazia innocente che gli è propria, particolarmente nel tempo lento, che consiste di Variazioni del tipo di quelle della Sonata K. 547.
I due Trii dell’Op.70 di Ludwig van Beethoven, dedicati all'amica contessa Anna-Marie Erdoedy, furono pubblicati nel 1809. Nel primo di essi, in re maggiore, col quale si conclude la prima parte del concerto, Beethoven adotta la concisa forma in tre movimenti, cui si era riaccostato in alcuni capolavori cameristici della maturità come l'Aurora e l'Appassionata. Questo Trio é una delle opere di Beethoven più enigmatiche, demoniache e suscitatrice dei fantasmi dell'inconscio. Il Romanticismo avvertì questo inquietante mistero e lo spiegò inventando un mito e trovando un appellativo di Trio degli spiriti. Fu cosí che il « Largo assai » di questo Trio divenne un'evocazione tra hoffmanniana e berlioziana delle apparizioni stregonesche del Macbeth. Una volta tanto, però, 1'« interpretazione » era suffragata da un incontestabile dato di fatto: il tema fondamentale del «Largo» corrisponde, infatti, a quello di un appunto beethoveniano relativo a un coro di streghe abbozzato per un Macbeth che il maestro progettava di musicare. Tale ansia evocatrice di immagini e di suggestioni visive (quindi, in senso rigoroso, extramusicali) si manifesta nel «Largo» del Trio mediante l'ossessiva iterazione di due figure strutturali: il lento “gruppetto” del tema iniziale e il tremolo, calate in un clima armonico e timbrico che si mantiene costantemente sui toni cupi, e che si traduce, nella realtà musicale, in una tra le più straordinarie esplorazioni mai compiute da Beethoven nelle zone ancora sconosciute dell'universo sonoro. Le «macchie» di colore create dalle inusitate sonorità dei tre strumenti, le estreme permutazioni cui pervengono le strutture tematiche e ritmiche che si fanno timbro puro attraverso la frantumazione in sestine e quartine di sessantaquattresimi; e, ancora, la dominante Empfindung notturna, arcana e tellurica sono remoti presupposti, non tanto d'ipotetiche streghe shakespeariane-hoffmanniane, quanto degli ultimi Quartetti o della Sonata per due pianoforti e percussione di Bartok. Rapidi e ardenti come due fiotti di lava incandescente, i due tempi estremi, nella loro scattante e asciutta muscolatura, priva di morbidezze e come modellata a vigorosi colpi di pollice, sono, per contro, l'espressione della vigile e concreta coscienza razionale beethoveniana, prima e dopo lo smarrimento visionario del prodigioso «Largo».
Nella seconda parte del concerto viene eseguito il Trio No.1 Op.8 di Johannes Brahms. Opera della giovinezza e prima composizione da camera nella produzione di Brahms, l'Op. 8 fu schizzata nell'estate del 1853 (durante il soggiorno presso la famiglia Deichmann), ripresa e rifinita ad Hannover nei primi mesi del 1854. Sono gli anni «stiirmisch» del compositore, contrassegnati dalla storica amicizia con Robert Schumann (il congedo del Trio avvenne infatti quando questi tentò il suicidio nel Reno). Fu un'opera che si guadagnò subito grande popolarità, in misura ben maggiore degli altri pezzi giovanili. Ma la versione definitiva che ascoltiamo oggi, risale al 1889, epoca in cui l'autore rimaneggiò la composizione (purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista) su consiglio dell'amico-critico Hanslick.
Brahms aveva scelto di trascorrere l'estate a Ischl: l'ultima delle numerose località in cui era solito dedicarsi, nei periodi estivi, alla composizione e al riposo. Un commento su tale revisione ci viene dallo stesso autore: «Non ho voluto mettere a questa pagina una parrucca: mi sono limitato a pettinare i capelli arruffati, ad aggiustarli». Mila riprende la metafora scrivendo: «Quando il musicista maturo, ormai sessantenne, rimise tavolo di lavoro questa composizione deve avere sorriso di tenerezza davanti alla giovanile immagine di se stesso, con tutta quella capacità d'entusiasmo, di fede nella vita. E si mise le mani nei capelli icospetto dell'esuberanza formale, dell'incontinenza melodica, della tautologica verbosità in cui si esplicava la beatitudine della giovinezza».
La versione originale, ancora esistente, permette invece di osservare che non si trattò di superficiali ritocchi: Brahms riscrisse intere sezioni, sostituì molti temi, modificò gli sviluppi; per non parlare del drastico taglio di oltre cinquecento battute. L'opera ne usci trasformata, riequilibrata, dominata ormai da mano sicura, pur senza aver perduto l'ardore originario. Il Trio è ancora impregnato di quella poesia fantasiosa che caratterizzava il Brahms di Amburgo; ma è un peccato - secondo i critici - che certe «maladresses» proprie della gioventú, soprattutto quella tumultuosa sovrabbondanza tematica, siano state severamente censurate.
Ad aprire il Trio è un Allegro con brio (Allegro con moto, nella prima versione): impostato nella tipica forma-sonata (tre i temi, cui si aggiungono varie idee secondarie), è comunque caratterizzato da una condotta quanto mai libera. Su tutti prevale il primo tema la cui incisiva personalità, unita alla sensualità del suono e all'intelligenza ritmica, si trasmette ai tre strumenti: tema importante che contiene sia la seconda idea (sostituita nel 1891) sia la terza. È la dimostrazione di come «la generosità dell'íspirazíone abbia ormai preso piede sul rispetto delle rigide regole classiche» (Tranchefort). All'Allegro d'apertura segue uno Scherzo, aereo e frastagliato: teatro, secondo i commentatori romantici, di elfi, gnomi e altre creature dell'universo notturno. Irrilevanti le modifiche, tra la prima e la seconda versione: evidentemente il livello della pagina era già alto in origine. Il Trio dello Scherzo, secondo la tradizione, contrappone un carattere piú vivace e sbrigliato: attraverso la scelta del ritmo di valzer-barcarola si legge la simpatia di Brahms per la musica popolare, un mondo non ancora sfruttato dai compositori. I tre strumenti si contendono la melodia, via via piú rotonda, quasi a non lasciarsela sfuggire. E poi il momento della parentesi meditativa, l'Adagio, impostato nella classica forma del Lied ternario, nel quale Brahms concentra il suo «bisogno di mistero», mistero non inquietante, ma trasparente, solenne, quasi religioso. Da apprezzare le sfumature tímbriche del pianoforte, che sembrano provenire da una dimensione ultraterrena. Il secondo tema, quanto di piú struggente si possa immaginare («una benedizione del cielo», a detta di un critico ottocentesco) è affidato al violoncello. La celestiale chiusa, la cui «divina lunghezza» non può non richiamare Schubert, ripresenta il motivo dell'inizio, come a voler chiudere un cerchio. L'Allegro finale che suggella l'Op. 8 (nella prima versione Molto agitato) unisce la forma-rondò con la forma-sonata (a tre temi). Ancora una volta è discordante l'interpretazione critica: secondo alcuni, il tema è portavoce di affermazione, di gioia e di ottimismo; secondo altri, anelante, sfuggente, trepido, «stúrmisch», alla vana ricerca di un equilibrio perduto.
Va ripetuto ancora una volta che nella revisione del 1889, questo brano venne profondamente rimaneggiato per conferirvi maggiore omogeneità, attraverso tagli feroci ma soprattutto mediante la sostituzione del secondo tema. Evidentemente Brahms volle garantire un rinforzo di «joie de vivre», di positività, di convinzione ottimistica.
Bibliografia
Alfred Einstein: Mozart. Ed. Ricordi 1951
Giovanni Carli Ballolla: Beethoven. Edizioni Accademia 1977
Amedeo Poggi, Edgar Vallora: Brahms. Signori, ecco il catalogo. Einaudi 1997.
|