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L’anelito all’infinito e il ripensamento della forma classica, ovvero Wagner e Brahms: le ricadute di questa antitesi sul linguaggio musicale delle generazioni successive
La contrapposizione stilistica e poetica fra Wagner e Brahms rappresenta in modo emblematico la dialettica esistente fra le due valenze dominanti dell’Ottocento romantico: quella protesa a cogliere il totale attraverso il puro flusso psichico ed emotivo della coscienza, che giunge ad annullarsi nel’ideale perseguito (Wagner), e quella invece volta a scandagliare le profondità dell’animo attraverso un ripensamento quasi crepuscolare della forma classica (Brahms), la quale diventa così sigillo oggettivo di verità, seppur intriso di complesse risonanze emozionali.
Tale contrapposizione è dovuta principalmente al fatto che i due autori si formano in stagioni diverse dell’Ottocento: mentre Wagner (1813-1883) vive in pieno l’anelito all’infinito che caratterizza il primo romanticismo, con accenti anche eversivi nei confronti della tradizione non solo musicale, Brahms (1833-1897) matura la sua posizione poetica nel clima del secondo romanticismo, conseguente alla grande delusione – dovuta ai fatti del ‘48 – che indusse la vena romantica a una sorta di rassegnazione introspettiva e a un ripiegamento sulla forma classica, intesa come fondamento garante dello spirito.
Ovviamente anche Wagner venne segnato dalla delusione del ‘48 (e in modo ancor più evidente di Brahms), ma tale svolta – unitamente alla scoperta di Schopenhauer – causò in lui l’avvento del pessimismo e l’anelito all’infinito, che caratterizzava la sua poetica, si tramutò in un “cupio dissolvi” tragico (si pensi solo alla Tetralogia e al Tristano). Brahms, dal canto suo, riuscì a evitare i toni di un aperto pessimismo (anche se il suo linguaggio è spesso dominato da una malinconia crepuscolare) in quanto l’oggettività della forma classica costituì per lui un riferimento catartico risolvente, analogo a ciò che il misticismo di Parsifal rappresenterà nell’orizzonte ideologico wagneriano. Tuttavia l’approccio alle due valenze catartiche e risolventi è profondamente diverso: oggettivo quello di Brahms, mistico-esistenziale quello di Wagner.
Le due opzioni influenzeranno tutta la storia della musica fino alle avanguardie del primo Novecento: in qualche modo tutti gli autori più giovani di Wagner e Brahms prenderanno posizione in un senso o nell’altro. Ma, al di là del fatto strettamente musicale, le due visioni poetiche ripropongono un fondamentale quesito filosofico: le verità ultime dell’esistenza vengono con maggior chiarezza còlte e comprese dalla profondità dell’intuizione emotiva o dalla grande sintesi della costruzione intellettuale? Il flusso psichico avvolgente del discorso wagneriano, costellato di trasalimenti cromatici, e l’eloquio meditativo, complesso ma suadente del linguaggio brahmsiano alimentano in modo affascinante questo interrogativo.
Paolo Fenoglio
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