Musiche

Venerdì alle ore 21 nel Teatro dell’Osservanza di Imola la celebre violinista russa Victoria Mullova, accompagnata al pianoforte da Katia Labeque, inaugurerà la 51ma stagione del Circolo della Musica. Capace di un bellissimo cantabile straordinariamente espressivo che unisce purezza cristallina, obiettività e calore, la Mullova è interprete di eccezionale spontaneità e perfezione formale. Sarà accompagnata da Katia Labeque, più volte applaudita ad Imola in duo con la sorella Marielle. Il concerto è stato realizzato con il contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Imola, che sostiene anche l’intera stagione del Circolo della Musica. Il programma di sala inizia con la Suite Italienne di Igor Stravinsky. Questa Suite è una trascrizione per violino o per violoncello dal balletto Pulcinella, basato sulla musica di Pergolesi, che Stravinsky compose nel 1920 su suggerimento di Sergey Djagilev; Picasso fece la scenografia e i costumi, i ruoli principali erano danzati da una grande Karsavina. Pulcinella era l’eroe tradizionale della commedia dell’arte napoletana, personaggio nello stesso tempo scaltro, cordiale ed alquanto privo di scrupoli. La trama del balletto racconta di quattro giovanotti pazzi di gelosia perché tutte le ragazze della città sono innamorate di Pulcinella. Dopo una complicata sequela di travestimenti e di malintesi i quattro giovanotti conquistano le ragazze e Pulcinella sposa Pimpinella: tutto finisce bene. Nella vita di Stravinsky Pulcinella si colloca nel momento in cui, non potendo più tornare in Russia, egli muta il proprio attaccamento giovanile alle fonti popolari russe, espresse con una forte accentuazione del ritmo, in un orientamento di tipo occidentale, inteso però come completo ritorno all’ideale formale del tardo barocco. Stravinsky cioè rifiuta tutti i significati simbolici che i compositori, a partire da Beethoven sino a Mahler e a Strauss hanno associato alla propria musica. E’ uno sforzo per ripulire la musica da significati pittorici, letterari ed etici, dai sogni e dalle visioni che si erano incrostati nel periodo romantico, per allontanare l’attenzione dell’ascoltatore dalle proprie emozioni e concentrarla sulla struttura formale della composizione. Questa convinzione, che accomuna in quegli anni molti compositori che rifiutano l’irrequieto cromatismo dell’età post romantica e sono particolarmente affascinati dalla perfezione formale, viene in generale chiamata neoclassicismo.
La composizione è suddivisa in sei movimenti. Nell’Introduzione iniziale in sol maggiore l’aria lievemente pomposa si adatta perfettamente all’azione tragicomica che seguirà. La musica viene sospinta dal ritmo saldo e fermo dell’età barocca, sebbene poco dopo l’inizio vi sia un accento estraneo per ricordarci che, dopotutto, siamo nel XX secolo. Passaggi smorzati, che si contrappongono a momenti di maggior volume sonoro, creano quelle zone di luce e di ombra così tipiche dello stile dei primi del settecento. Segue una Serenata (un Laghetto) in do minore che inizia con un’ampia e scorrevole melodia. Il carattere pastorale del brano ricordano la siciliana, quella danza lenta ed aggraziata di origine siciliana, così amata da Bach, Handel, Scarlatti, Corelli. Un tratto caratteristico della siciliana era il ritmo di note puntate nella melodia. Il terzo movimento è una Tarantella, in si bemolle maggiore. Il ritmo febbrile, molto veloce, di questo movimento presenta brevi momenti di contrasto. Segue una Gavotta in re maggiore. La prima variazione è un Allegretto; nella seconda, un Allegro moderato, il pianoforte si oppone ai garbati intrecci decorativi disegnati dal violino. Cambiando il profilo della melodia, il tempo, il metro e il ritmo, il carattere del tema viene completamente alterato. Il brano termina con un Minuetto, Molto Moderato, in fa minore. Il brano incomincia come se la musica provenisse da una grande distanza; segue una melodia solenne cantata dal violino. Un emozionante crescendo conduce al Finale, un Allegro assai, in do maggiore. La serena gaiezza di questa musica è tipicamente settecentesca, nonostante lo strano gusto per le sincopi e il ritmo potente che spinge il movimento alla sua conclusione decisiva, dinamicamente marcata con un fortissimo.
La prima parte del concerto si conclude con tre brani di un altro illustre compositore del secolo scorso, l’ungherese Bela Bartok, dedicati al folclore del suo paese. Il nazionalismo musicale fu una corrente vigorosa durante il romanticismo. Si pensi ad esempio ad alcune composizioni di Chopin e di Listz. Associando la musica all’amore per il proprio paese, il nazionalismo allineò l’arte ai grandi movimenti sociali e politici di quel periodo. I compositori romantici però consideravano i canti popolari come materiale da inserire in un movimento plasmato secondo le formule del sinfonismo classico. Il nazionalismo del XX secolo si volse in una direzione diversa. Esso si propose di conservare e riprodurre le melodie popolari nella più accurata forma possibile; quando le utilizzavano nei loro lavori popolari i compositori si imponevano di non distorcere il carattere essenziale delle antiche melodie. Tipiche di questo nuovo indirizzo furono le ricerche di Bela Bartok e Zoltan Kodaly in Ungheria. Le tre composizioni che ascolteremo furono composte da Bela Bartok per pianoforte nel 1907 e trascritte da Szigeti per violino e pianoforte; la prima incisione di queste pagine fu fatta nel 1930 dallo stesso Szigeti accompagnato al pianoforte da Bela Bartok.
La seconda parte è invece dedicata a musiche tradizionali dell’ottocento. Il primo brano è la celebre Fantasia in do maggiore D934 composta da Franz Schubert nel 1827. Inizia con un Andante decisamente lento (Schubert aborriva il termine Adagio), nella cui compagine si insinua una tensione sottile e sognante. Segue un Allegretto in la minore, all’ungherese, che ha la tendenza al canone che rappresenta il fascino maggiore di questo movimento. Il Finale è concepito come una serie di Variazioni in la bemolle maggiore sul tema del Lied Sei mir gegrusst (Salute a te). Dopo la terza Variazione ritorna, in una forma modificata ed abbreviata, l’Andante molto cui spetta il compito di introdurre un Allegro vivace in forma di Marcia, una variazione ancora riconoscibile come tale pur nel suo travestimento spavaldo. La musica inizialmente si calma quasi fino al punto di svanire e si ripetono i tremoli misteriosi coi quali la Fantasia è iniziata. L’ampio tema nel violino, nato nei tremoli, si trasforma in una cadenza generosa, riccamente ornata, che sbocca nel grande finale. La cadenza viene di nuovo interrotta e il Lied risuona attraverso l’arpeggiare velato del pianoforte. In quello che è forse il momento più trascinante dell’intera composizione il violino fa echeggiare la frase ossessionante del tema, con la sua stimolante spirale di armonia e, senza abbellimenti, conduce ad un’altra ripresa del tema. La rievocazione svanisce con un Presto finale. Segue la Sonata per violino e pianoforte alla quale Maurice Ravel lavorò dal 1923 al 1927. In essa il dialogo tra i due strumenti si illumina di una tenera e pacifica luce, anche se non mancano momenti di contrapposizione. Il secondo movimento è un blues, omaggio del compositore alla moda del jazz; la melodia dolcissima è affidata al violino con l’accompagnamento sincopato del pianoforte. Verso il finale di questo movimento il pianoforte trascina anche il violino in una forma sincopata nella quale i due strumenti si alternano e dialogano tra loro. La sonata termina con un moto perpetuo affidato al violino nel quale lo strumentista può mostrare tutte le sue doti di virtuoso.