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Il simbolismo impressionista di Debussy, ultimo orizzonte conciliato della coscienza, e la falsa parentela con l’esotismo neoclassico di Ravel


Contrariamente al decadentismo mitteleuropeo di Mahler e Strauss, pervaso da presentimenti di finis mundi anche negli accenti nostalgici della sensibilità straussiana, il linguaggio poetico di Debussy elude tale prospettiva epocale: esso evita la relazione dialettica fra soggetto e mondo attraverso un proscioglimento dell’anima nella decifrazione simbolica e contemplativa del reale.
Debussy, infatti, rifiuta il presupposto musicale (e filosofico) insito nel concetto di sviluppo logico-temporale verso un esito a favore di una visione del reale inteso quale successione di momenti estatici, di epifanie intrise di simboli che la coscienza deve decifrare. Tale processo di svelamento, però, non viene guidato dalla ragione concettuale, bensì dai palpiti intuitivi della coscienza, che diventa così - in linea con il pensiero di Bergson - il luogo deputato dove il mondo mostra la sua essenza. A tal fine lo stile musicale del compositore francese è interamente volto a privilegiare - in senso armonico e timbrico - la dimensione psichica ed evocativa rispetto alla logica consequenziale che presiede all’ambito tonale classico- romantico. L’uso di modalismi antichi o “barbarici” (desunti -questi ultimi- da Mussorgskij) e di scale orientaleggianti (idiomi privi della sensibile, che preannuncia il ritorno della tonica) rende aleatorio ed elusivo il discorso tonale - cardine linguistico di limpida ascendenza platonica - che per la prima volta viene messo in discussione, pur senza traumi, in un clima onirico ed estatico, alimentato anche dalle brume sonore di matrice impressionista. Alla sensibilità dell’ascoltatore viene così offerto un orizzonte poetico sospeso ma conciliato (l’ultimo della cultura occidentale), dove la coscienza veleggia, come sospinta da un soffio psichico, su di un intreccio fitto, ma immateriale, di evocazioni, di rimandi, di trasalimenti. Da tutto ciò appare chiaro come Debussy sia ancora (al contrario di Ravel) un uomo appartenente alla cultura dell’Ottocento, capace di progettare - pur se con un linguaggio prodigiosamente innovativo, conciso e moderno - una visione del mondo non
disgiunta dall’incanto della coscienza e da una profonda risolvente esistenziale. Ravel, invece, per quanto spesso erroneamente associato a Debussy, è un uomo segnato ormai dalla sensibilità disillusa del Novecento, che persegue un ideale di piacere ed eleganza del tutto esente da profonde implicazioni di carattere esistenziale. Il suo linguaggio, di limpido e lineare orientamento neoclassico, è sotteso alla fondamentale contraddizione della coscienza novecentesca: a una decisa tendenza antiromantica di stampo razionalistico (che in Ravel è presente per via del suo impianto armonico da “orologeria svizzera”, come disse Stravinskij), si contrappone una pulsione psichica liberatoria (che in Ravel è contrassegnata dalla voluttà coloristica e avvolgente dell’orchestrazione). L’esotismo seducente che Debussy raggiunge attraverso la profondità dello scandaglio armonico, cioè nella coscienza, Ravel lo coglie con l’eleganza estrema dell’orchestrazione e la natura accattivante del discorso melodico, cioè in termini più sensuali e immediati (ma anche effimeri). Mentre Debussy è psichico e astrattivo, Ravel poggia su di una raffinata e compiaciuta dimensione materica e sensistica. Ciò risulta evidente accostando le valenze pittoriche riconducibili ai due musicisti in un gioco di analogie: laddove in Ravel si riflette il colorismo intenso e dilatato di Matisse (fino a tracimare talvolta in un’allucinazione quasi espressionistica), Debussy distilla le brume luminose proprie di Monet per giungere - nel prosciugamento modernistico degli ultimi anni - agli esiti protocubistici di Cezanne o al divisionismo puntillista di Seurat, dove la vita viene sospesa in una trasparenza stilizzata.

Paolo Fenoglio