Presentazione
Tra il 1834 e il 1835 Robert Schumann scrive delle variazioni
su un tema del barone von Fricken, flautista e compositore dilettante
nonché padre di Ernestine, con la quale Schumann è a quel
tempo fidanzato. Il lavoro riceve il titolo “Variations pathétiques”,
poi cancellato e sostituito con “Fantaisies et Finale”, gli viene assegnato
il numero d’opera 9 ed è dedicato alla moglie del barone. Il manoscritto
è pronto per la stampa ma Schumann non lo consegna all’incisore.
Lo tiene nel cassetto, e intanto assegna il numero d’opera 9 al Carnaval,
che viene pubblicato nel 1837. Siccome nel 1835 vengono pubblicate l’op.
8 e l’op. 10 e nel 1836 l’op. 11 e l’op. 14, è evidente che Schumann
tiene ferma per due anni l’op. 9 e poi decide di assegnarla al Carnaval,
che secondo la logica della cronologia avrebbe dovuto avere il 12 o il
13. Nel 1836 Schumann rinunzia dunque, dopo due anni di tentennamenti,
alle “Fantaisies et Finale”, così come nel 1835, dopo quattro anni
di tentativi e di ripensamenti, aveva rinunciato agli Studi in forma di
libere variazioni su un tema di Beethoven. Ma nel corso dell’anno riprende
in mano le “Fantasies et Finale”. Riconsidera il tema, che era suddiviso
in due parti con ripetizione –
ritornello – in entrambe e che finiva sulla tonica, e lo modifica eliminando
le ripetizioni, cambiando l’andamento tonale della prima parte e terminando
sulla dominante. Elimina cinque “Fantaisies” già completate e una
sesta abbozzata, compone otto nuove variazioni (sulla struttura del tema
nella versione del 1834, non su quella del 1837), assegna il numero d’opera
13 e il titolo “Etüden im Orchestercarakter von Florestan und Eusebius”,
cambiandolo subito dopo in “Douze Études symphoniques”. L’op. 13
viene pubblicata
nel 1837 con dedica a William Sterndale Bennett. Nel 1852 Schumann ripubblica
l’op. 13 con il titolo “Studi in forma di variazioni” e con diverse modifiche:
vengono semplificati alcuni particolari della scrittura pianistica, vengono
fatti piccoli tagli nel finale e vengono eliminati due studi, il terzo
e il nono, che presentano problemi tecnici molto ardui. La posterità
non accetta questa revisione e reinserisce i due studi nella versione
del 1852, adottando un titolo spurio che diventa tradizionale, “Studi
sinfonici in forma di variazioni”, identico nelle varie lingue. Nel 1873
vengono pubblicate con il titolo “5 Studi opera postuma” le cinque “Fantaisies”
espunte dalla versione del 1835, in un ordine progressivo che culmina
nella assoluta visionarietà della “Fantaisie” in re bemolle maggiore.
Pare certo che questa pubblicazione e quest’ordine siano dovuti alle cure
di Johannes Brahms.
Alcuni pianisti – ad esempio, Ferruccio Busoni – eseguono i 5 Studi come
opera a sé, altri – ad esempio, Alfred Cortot – collocano i cinque
pezzi nel contesto dell’op. 13 in un ordine sparso che non ha nulla a
che vedere né con la collocazione originale né con quella
del 1873, e molto più tardi ancora altri pianisti – ad esempio,
Sviatoslav Richter – inseriscono il blocco dei 5 Studi fra la quinta e
la sesta variazione. La seconda e la terza soluzione sono dettate dal
desiderio di recuperare alla pratica concertistica i 5 Studi, la cui qualità
estetica è altissima, ma tutt’e due squilibrano e l’architettura
e la coerenza stilistica e poetica dell’op. 13, e presentano inoltre il
grave vizio di non far conoscere la prima versione del tema. La domanda
da porsi, vista appunto la qualità assoluta dei 5 Studi, è
perché Schumann li eliminò dall’op. 13 senza recuperarli
lui stesso in un altro contesto. La ragione più plausibile è
una sola: già nel 1837 Schumann rinnegava la sperimentazione linguistica
che nei 5 Studi lo aveva portato, egli riteneva, 55
fuori dal campo dell’arte, e nel 1852 eliminava dall’op. 13 le ultime
tracce del virtuosismo demoniaco a cui si era avvicinato nei suoi anni
giovanili. Nel 1841, recensendo la Sonata op. 35 di Chopin, Schumann scrisse
a proposito del finale: “Questa non è musica”. Nel 1839 parlò
in questo modo delle “Apparitions” di Liszt, composte nel 1834: “Talvolta
(ad esempio nelle sue Apparitions) lo vediamo perso a distillare le più
cupe fantasie, indifferente e quasi blasé, mentre altre volte si
abbandona ai più sfrenati artifici virtuosistici, ironico e temerario
fino alla semi-pazzia”. E sempre nel 1839, a proposito dei Grandi Studi
di Liszt : “Si deve udire tutto ciò da un Maestro, se possibile
da Liszt stesso. Certo molte cose ci urterebbero anche allora, sia dove
egli supera ogni limite, sia dove l’effetto raggiunto non ricompensa abbastanza
la bellezza artistica sacrificata”. Nel 1852 Liszt pubblicava una seconda
versione dei Grandi Studi, tecnicamente semplificata rispetto alla prima,
dando implicitamente ragione a Schumann.
Nel 1853 ripubblicava con il titolo “Pensée des morts” una versione
modificata di un pezzo, “Harmonies poétiques et religieuses”, composto
nel 1834, con una nota esplicativa che diceva: “Un frammento di questa
raccolta era stato pubblicato, alcuni anni or sono, con troppa frettolosa
sbadataggine. L’autore sconfessa completamente questa edizione, tronca
e scorretta per tanti aspetti, collocando lo stesso frammento all’inizio
della quarta Harmonie, Pensée des morts, con i necessari cambiamenti”.
Tra il periodo del Vormärz e il periodo che lo segue, tra il prima
e il dopo i moti rivoluzionari del marzo 1848 si verifica dunque nella
poetica della musica un rivolgimento che porta alla soppressione delle
sperimentazioni, linguistiche ed esecutive, caratteristiche del “romanticismo
ruggente”. A questo processo non partecipa Chopin, che muore nel 1849,
ma anche in lui, nella Sonata per violoncello e pianoforte op. 65 del
1846, se ne scorgono i segni premonitori.
Il programma e la conversazione, nel centenario della morte di Schumann,
intendono mettere in luce questo processo epocale che segna il destino
della musica romantica nella seconda metà dell’Ottocento.
Piero Rattalino
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