Traduzioni Italiane

 

Suonatore d’arpa I, II, III (Goethe)
H. Wolf 1888-89


I.
Chi si arrende alla solitudine,
Ahimè, rimane presto solo;
Tutti vivono, tutti amano
E lo lasciano al suo dolore.

Sì, lasciatemi al mio tormento!
E se posso per una sola volta
Essere solo davvero,
Allora non sono solo.

Va furtivo l’amante origliando
Se la sua amica sia sola?
Così furtivo, giorno e notte, viene
A me solitario il dolore.

A me solitario il tormento.
Ah, quando un giorno giacerò
Solitario nella mia tomba
Allora mi lascerà solo!


II.

Furtivo andrò di porta in porta,
Silenzioso e garbato starò là;
Offrirà cibo una pia mano
E io andrò avanti.

Ognuno si crederà felice
Quando vedrà la mia figura,
Verserà una lacrima,
E io non saprò perché piange.


III.

Chi mai con lacrime mangiò il suo pane,
Chi mai passò le notti afflitto
Piangendo seduto sul suo letto,
Non vi conosce, o potenze celesti.

Voi ci iniziate alla vita,
Voi lasciate che si renda colpevole il misero,
E poi lo abbandonate alla sua pena,
Poiché sulla terra ogni colpa va pagata.

Le mie canzoni sono avvelenate (Heine)
F. Liszt 1844

Le mie canzoni sono avvelenate,
come potrebbe essere altrimenti?
Perché sei tu che mi hai versato veleno
dentro, nella vita in fiore.

Le mie canzoni sono avvelenate,
come potrebbe essere altrimenti?
Porto molte vipere nel cuore
e te, amata mia.

All’inizio mi sarei quasi perso d’animo (Heine)
F. Liszt 1856

All’inizio m’ero quasi perso d’animo
e pensavo che mai l’avrei sopportato;
e tuttavia l’ho sopportato –
soltanto non chiedetemi: come?

La tacita ninfea (Geibel)
F. Liszt 1860

La tacita ninfea
sorge dal lago azzurro
brillano le foglie e sfavillano,
candido è il calice come neve.

Ecco che la luna versa dal cielo
tutto il suo chiarore dorato,
tutti i suoi raggi riversa
nel grembo del fiore.

Nell’acqua attorno al fiore
gira in tondo un cigno bianco:
canta così dolce, così piano,
guardando il fiore.

Canta così dolce, così piano,
e nel canto vorrebbe consumarsi.
O fiore, bianco fiore,
puoi capire la sua canzone?

Urlano i venti (Rellstab)
F. Liszt

Urlano i freddi venti d’autunno,
i prati inariditi, spogliato il bosco.
Voi campi fioriti, tu verde solare,
così languono i fiori della vita quaggiù.
Migrano le nubi così scure e grigie,
scomparse sono le stelle del cielo blu.
Ahimè, come fuggirono gli astri del frmamento,
così affonda la speranza della vita quaggiù.
Voi giorni di primavera, ornati di rose,
quando stringevo l’amata al mio cuore.
O venti, urlate freddi sui colli quaggiù,
così muoiono le rose d’amore, quaggiù.

Il re di Thule (Goethe)
F. Liszt 1843

C’era un re a Thule
fu assai fedele, fino alla tomba.
Morendo, a lui l’amante
donò un calice d’oro.

Nulla ebbe di più caro,
lo svuotava in tutti i festini;
non tratteneva le lacrime
ogni volta che v’attingeva.

E sentendosi vicino a morire
fa il conto di tutte le città del regno,
lascia tutto ai suoi eredi,
ma il calice lo tiene per sè.

Sedeva al reale banchetto,
i cavalieri a lui tutt’attorno,
nell’alto salone degli avi
là nel castello sul mare.

Ecco s’alzò il vecchio beone,
tracannò l’ultima vampa di vita,
poi lanciò il sacro calice
laggiù, in mezzo ai flutti.

Lo vide tuffarsi, riempirsi
e sprofondare nel mare.
Gli occhi gli si abbassarono;
mai più poté bere una goccia.

Canto notturno del viandante (Goethe)
F. Liszt, ca. 1840

Su tutte le vette
c’è pace,
fra tutte le cime degli alberi
non senti
neppure un soffio;
tacciono gli uccelletti nel bosco.
Aspetta un poco, presto
riposerai anche tu.

Campane di Marling (Kuh)
F. Liszt 1874

Campane di Marling, come suonate argentine!
Il suono è gradevole come se cantasse il ruscello.
Campane di Marling, un canto santo
Circonda simile a uno schermo il rumore mondano.
Portatemi in mezzo al torrente sonoro,
campane di Marling, custoditemi bene!

I tre zingari (Lenau)
F. Liszt 1860

Vidi un giorno tre zingari
che stavano su un prato,
mentre la mia carrozza strisciava
faticosamente per la landa sabbiosa.

Il primo teneva in mano
un violino, solo per sé,
e nella luce del tramonto suonava
un canto appassionato.

Il secondo aveva in bocca una pipa
e ne seguiva il fumo con lo sguardo,
contento, come se del mondo intero
nulla gli servisse per esser più felice.

Il terzo dormiva beato,
la sua cetra appesa a un ramo;
tra le corde passava il vento
e nel suo cuore un sogno.

Gli abiti dei tre eran pieni
di buchi, rammendi e toppe,
eppure, testardi e liberi,
si facevan beffe del mondo.

Tre volte mi hanno mostrato
come si affronta la vita che ci sfugge
fumando, dormendo e suonando,
la si disprezza tre volte.

A lungo guardai i tre zingari
mentre la carrozza si allontanava,
guardai i loro volti abbronzati,
i capelli ricci e neri.


3 Sonetti di Petrarca
F. Liszt 1846 (Erste Fassung c. 1839)


I. Pace non trovo

Pace non trovo, e non ho da far guerra,
E temo, e spero, ed ardo, e son un ghiaccio:
E volo sopra ’1 cielo, e giaccio in terra;
E nulla stringo, e tutto ’1 mondo abbraccio.

Tal m’ha in priggion, che non m’apre, nè serra,
Nè per suo mi ritien, nè scioglie il laccio,
E non m’uccide Amor, e non mi sferra;
Nè mi vuol vivo, nè mi trahe d’impaccio.

Veggio senz’occhi; e non ho lingua e grido;
E bramo di perir, e cheggio aita;
Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui:

Pascomi di dolor; piangendo rido;
Egualmente mi spiace morte e vita.
In questo stato son, Donna, per Voi.


II. Benedetto sia il giorno

Benedetto sia ’1 giorno, e ’1 mese, e l’anno
E la stagione, e ’l tempo, e l’ora, e ’1 punto
E ’1 bel paese e ’1 loco, ov’io fui giunto
Da duo begli occhi che legato m’hanno;

E benedetto il primo dolce affanno
Ch’i ebbi ad esser con Amor congiunto,
E l’arco e le saette ond’ i’ fui punto,
E le piaghe, ch’infino al cor mi vanno.

Benedette le voci tante, ch’io
Chiamando il nome di Laura ho sparte,
E i sospiri e le lagrime e ’1 desio.

E benedette sian tutte le carte
Ov’io fama le acquisto, e il pensier mio,
Ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.


III. I’ vidi in terra angelici costumi

I’ vidi in terra angelici costumi,
E celesti bellezze al mondo sole;
Tal che di rimembrar mi giova, e dole:
Che quant’io miro, par sogni, ombre, e fumi.

E vidi lagrimar que’ duo bei lumi,
Ch’han fatto mille volte invidia al sole;
Ed udi’ sospirando dir parole
Che farian gir i monti, e stare i fiumi.

Amor! senno! valor, pietate, e doglia
Facean piangendo un più dolce concento
D’ogni altro, che nel mondo udir si soglia.

Ed era ’1 cielo all’armonia sì intento
Che non si vedea in ramo mover foglia.
Tanta dolcezza avea pien l’aer e ’1 vento.

La tomba di Anacreonte (Goethe)
H. Wolf

Qui dove fiorisce la rosa,
dove vite e alloro si intrecciano,
Dove la tortora chiama,
e il grillo si rallegra,
Di chi è questa tomba qui,
che così amena gli dèi tutti
hanno piantato e ornato a vita?
È il luogo dove riposa Anacreonte.
Primavera, estate e autunno
godeva il poeta felice;
Dall’inverno lo ha protetto
infine la collina.

Ganimede (Goethe)
H. Wolf

Come nell’aurora
Tu mi avvolgi di ardore,
Primavera, mia amata!
Con infinita gioia d’amore
Sul mio cuore preme
Il sacro impeto
Del tuo eterno calore,
Infinita Bellezza!

Se potessi tenerti
Tra queste braccia!

Ah, sul tuo seno
Io giaccio e mi struggo,
E i tuoi fiori, la tua erba
Si stringono al mio cuore.
Tu plachi la sete
Bruciante del mio petto,
Lieve vento dell’alba,
L’usignolo mi chiama con amore
Dalla valle nebbiosa.

Vengo! Vengo!
Ma dove, ahimé, dove?

In alto, in alto sono spinto,
Le nubi si librano giù,
Le nubi si chinano
All’amore che anela,
Verso me, verso me!

Nel vostro grembo
Lassù,
Abbracciando abbracciato!
Lassù
Al tuo petto,
Padre di ogni amore!

Prometeo (Goethe)
H. Wolf

Copri il tuo cielo, Giove,
Con vapori di nubi!
Ed esercitati, come il fanciullo
Che cima i cardi,
Sulle querce e sui monti!
Ma devi lasciare a me
La mia terra,
E la mia capanna
Che tu non hai costruito,
E il mio focolare
La cui fiamma
Tu mi invidi.

Io non conosco nulla sotto il sole
Più meschino di voi, o dèi!
Miseramente nutrite
Di sacrifici imposti
E di vane preghiere
La vostra maestà,
E a stento esistereste
Se bimbi e mendichi non fossero
Pieni di stolta speranza.

Quando ero bambino,
E non sapevo dove andare,
Volgevo al sole lo sguardo smarrito,
Quasi lassù vi fosse
Un orecchio a sentire il mio lamento,
Un cuore come il mio
Ad aver pietà dell’oppresso.

Chi mi aiutò
Contro l’arroganza dei Titani?
Chi mi salvò da morte,
Da schiavitù?
Non hai compiuto tutto tu solo,
Sacro ardente cuore?
E ardevi, giovane e buono,
Ingannato, di salvezza grato
A colui che dorme lassù?

Io renderti onore? E perché?
Hai mai lenito i dolori
Dell’oppresso?
Hai mai asciugato le lacrime
Dell’angosciato?

Non mi hanno temprato uomo
Il tempo onnipotente
E l’eterno destino,
Padroni miei e tuoi?

Credevi tu forse
che avrei odiato la vita,
Sarei fuggito nei deserti,
Perché dei sogni fioriti nell’infanzia
Non tutti maturarono?

Qui io siedo, plasmo uomini
A mia immagine,
Una specie che mi somigli,
Per soffrire, piangere,
Godere e gioire,
E non curarsi di te,
Come me.