Musiche

 

Il programma del Wiener Kammerensemble col pianista francese Michel Alberto è interamente dedicato a Schubert, del quale verranno eseguite celebri pagine. Inizierà Michel Alberto coi Klavierstucke D 946 No.2 e No.3. Composti da Schubert nel maggio del 1828, sei mesi prima di morire, essi precedono di poco le ultime tre sonate per pianoforte ed occupano un posto importantissimo tra i suoi pezzi lirici. Il brano No2, Allegretto in mi bemolle maggiore, adotta la forma di un rondò. Ad un ritornello tranquillo e cantabile, una romanza tenera e cullante, si contrappongono due strofe che introducono visioni fantastiche e angosciose, persino disperate, nella tinta più cupa del Winterreise. La seconda strofa, fredda e livida nella sua inquietudine, culmina in un breve scoppio di passione. L’ultima apparizione del ritornello agisce come un balsamo per l’animo eccitato. Il brano No.3, Allegro di do maggiore, è il più breve e si accontenta di una semplice forma tripartita, seguita da una coda estesa. E’ il più brillante dei tre pezzi, notevole soprattutto per la varietà ritmica, le sincopi e gli accenti in contro tempo che hanno una forza primitiva e rude, molto vicina a Beethoven. La sbalorditiva tecnica pianistica, le modulazioni ingegnose e audaci, sono una continua gioia per l’ascoltatore. Segue forse la più popolare delle opere strumentali di Schubert, il Quintetto cosiddetto della Trota, composto nel 1819. In questo delizioso lavoro gli archi (violino, viola, violoncello e contrabbasso) si contrappongono al pianoforte e persiste dall’inizio alla fine un’atmosfera di vivace conversazione; esso può essere definito una Serenata per un insieme da camera. Nel primo movimento Schubert introduce una sequenza ben ordinate di idee piacevoli e man mano sempre più ricche nella loro presentazione. Una di queste idee, l’ultima, che appare in un ritmo puntato, domina, nell’Andante che segue, la sezione che contrasta col lirismo della sua apertura. Questo Andante ha un tono leggermente slavo. Il Finale si libera concretamente di queste suggestioni vaghe, dichiarandosi all’ungherese. Il primo tema è anche il motivo dominante di tutto il movimento; tutte le idee melodiche e ritmiche che ne sono al di fuori sono invece tratte dal primo movimento (questo Quintetto è un lavoro estremamente omogeneo e unitario). Di grande fascino sono il conciso e tempestoso Scherzo, che vive nel contrasto tra lirismo ed enfasi ritmica, e le Variazioni sulla melodia semplificata del celebre Lied Die Forelle (la Trota), che però non abbiamo ancora ascoltato ad Imola. Il tema viene enunciato dai soli archi; la melodia viene poi affidata alternativamente al pianoforte (nelle sue caratteristiche ottave alte), alla viola, e al contrabbasso e al violoncello insieme. La quarta e la quinta Variazioni sono in realtà digressioni, e la Variazione in si bemolle serve come transizione al Finale, nel quale la melodia del lied appare in tutto il suo fascino, con l’accompagnamento originario.
Incisioni. I 3 Klavierstuck sono stati incisi da A. Brendel (Philips 438 703), M. Uchida (Philips 4565722) e da Demidenko (Hyperion 670912). Del celebre Quintetto della Trota esistono molte incisioni, tutte ad altissimo livello: ad esempio Curzon (piano) col Quartetto Amadeus e Merret (BBC 4009), ancora Curzon (piano) con l’Ottetto di Vienna (Decca 448 602), Horszowski col Quartetto di Budapest e Levine (Sony 46343), S. Richter (piano) col Quartetto Borodin (EMI 72567), Gilels (piano) col Quartetto Amadeus (DG 449 746), A. Schiff (piano) col Quartetto Hagen.
Nella seconda parte verrà presentato l’Ottetto in fa maggiore per archi e fiati D 803, composto da Schubert nel 1824 su commissione dell’Arciduca Rodolfo Troyer, compositore e suonatore di clarinetto. Probabilmente lo stesso Troyer, all’atto della commissione, impose a Schubert che fosse come il Settimino di Beethoven ed il lavoro è tanto simile all’originale che l’ascoltatore è in grado di cogliere divertito questa somiglianza. Identica è la composizione dei fiati -clarinetto, corno e fagotto- (il Settimino diventa un Ottetto semplicemente perché Schubert aggiunge un violino agli archi); uguale il numero di movimenti (sei come Beethoven); uguale l’ordine in cui sono disposti come in un antico Divertimento. Anche i movimenti sono gli stessi; identica anche la gamma tonale. Ma la somiglianza non termina qui: il Settimino di Beethoven era una composizione felice anche dal punto di vista dello stile, era una musica ancora del più puro Settecento, senza emozioni e senza dualismo; ma neanche in Schubert c’è traccia di dualismo, e gli fu quindi facile e naturale ispirarsi a questo Beethoven felice. Nonostante tutto questo, però, il lavoro è opera della Schubert più autentico. L’antico divertimento rinasce in uno spirito nuovo che potremmo anche definire romantico. In superficie c’è ancora la classica fusione di un elemento marziale (nel primo movimento e di nuovo nel Finale) con l’elemento pastorale (nell’Adagio e nell’Andante con Variazioni); ma rivissuti come momenti di una stessa realtà. Nonostante la presenza del contrabbasso, l’Ottetto è musica da camera della più pura e delicata, che non oltrepassa mai i suoi limiti, neppure nel tono un po’ ingannatore dello scherzo, e meno che mai nel Minuetto raffinato e soave. Anche se nei ruoli principali si alternano il clarinetto e il primo violino, ogni strumento ha a suo modo una parte importante nel dialogo complessivo.
Incisioni. Dell’Ottetto D803 esiste una incisione che eccelle tra tutte: quella dell’Ottetto di Vienna (Decca 466 580); di notevole valore è anche quella del Gaudier Ensemble (ASV 694).