Programma
L'antitesi Mahler-Strauss nel panorama del decadentismo
mitteleuropeo: il pathos della dissociazione e l'incanto della tradizione
Il pensiero e il linguaggio wagneriano lasciarono un'impronta
culturale indelebile nello sviluppo dei fatti musicali, a partire dagli
anni Settanta dell'Ottocento e fino all'emancipazione schönberghiana
della dissonanza, che prese le mosse dal cromatismo estremo del Tristano.
Al di là del dato strettamente stilistico, il wagnerismo divenne
il riferimento di tutti gli autori che non si identificavano nella classicità
(pur venata di penombre crepuscolari e di colori autunnali) dell'impostazione
brahmsiana, na che ravvedevano nel linguaggio musicale uno strumento per
esprimere assunti simbolici, psichici, letterari o evocativi non riconducibili
all'oggettività costruttiva dei procedimenti di ascendenza classica.
Per questa ragione autori pur fra loro diversissimi - come Mahler, Strauss,
Debussy, Wolf e Respighi - trovarono nel wagnerismo uno stimolo culturale
e un orizzonte linguistico.
In particolare, guardando al clima del decadentismo mitteleuropeo, con
le personalità antitetiche di Gustav Mahler (1860-1911) e di Richard
Strauss (1864-1949) sembra delinearsi la scissione fra una sorta di "sinistra"
e di "destra" wagneriana, in analogia a quanto avvenne - dopo
la morte del filosofo - con la "sinistra" e la "destra"
hegeliana. Come infatti la "sinistra" hegeliana individuava
gli esiti del processo dialettico in termini antropologici e sociali (mentre
la "destra" interpretava il pensiero del maestro come lettura
dialettica di una verità religiosa), così la "sinistra"
wagneriana di Mahler sottende l'eredità sinfonica acquisita da
Wagner a un processo di contaminazioni e disgregazioni linguistiche, che
sono il chiaro riflesso della presentita finis mundi mitteleuropea,
mentre la "destra" wagneriana di Strauss resta fedele all'integrità
eroica del modello, che però viene riproposta - in linea con la
sensibilità decadente - attraverso i palpiti di una seducente e
stilizzata voluttà.
Allievo di Bruckner, tramite il quale recepisce il portato wagneriano
(e dunque in una prospettiva di vagabondaggio estatico e irrisolto di
ascendenza schubertiana), Mahler è il testimone dolente dell'agonia
della Mitteleuropea umanistica e del rimescolio di codici - talvolta grottesco
- insito nell'incipiente società di massa. Consapevole di questo
tramonto, la sensibilità ebraica di Mahler si volge alla ricerca
di una terra promessa che si collochi al di là della caducità
del mondo e dei suoi codici, in una regione profonda della psiche e della
coscienza assai vicina agli ambiti delle intuizioni di Freud e di Husserl.
Strauss, al contrario, guarda alla crisi della cultura e della civiltà
borghese come a una volgare impurità da esorcizzare attraverso
la rinnovata e immutabile adesione all'incontaminato modello originario,
vissuto come certezza metafisica dispensatrice di catarsi e di redenzione,
dunque in perfetta linea con gli orizzonti trasfigurati di Parsifal.
Colpisce infine rilevare un'altra stupefacente simmetria e contrapposizione:
come i due musicisti si trovano congiunti nel segno di Wagner, ma divisi
dallo sviluppo del suo lascito, così - con inevitabile coerenza
- essi si trovano congiunti, ma allo stesso tempo divisi, sotto il segno
di Nietzsche, il filosofo che per anni fu intimo amico di Wagner. Entrambi,
infatti, hanno assimilato il suo pensiero, ma mentre Mahler perviene con
Il Canto della Terra - suo testamenti spirituale - alla prospettiva
dell'amor fati nel grembo dionisiaco dell'origine, eterna rigenerazione
della vita, Strauss ravvede solo nel farmaco apollineo della bellezza
(dunque nell'armonia delle forme della civiltà) l'unico antidoto
al dolore tragico e insensato della vita.
Paolo Fenoglio
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