Musiche

La Midori è una giovane violinista giapponese, anche se naturalizzata a New York dall'età di dieci anni, quando si impose all'attenzione della critica con un concerto di straordinario successo; ora appena trentenne, la Midori possiede supreme doti di virtuoso, un suono di una straordinaria chiarezza e precisione, ed è nello stesso tempo dolcemente espressiva nella presentazione della frase musicale. La Midori è accompagnata al pianoforte da Robert McDonald col quale normalmente incide CD. Il programma inizia con una composizione giovanile (1918) di P. Hindemith, la Sonata in mi bemolle op.11 No.1. In Hindemith rivive, sotto atteggiamenti provocanti di modernità, la concezione eroica del romanticismo tedesco ed un'aggiornata ipertensione armonico-contrappuntistica sembra volere conciliare il diavolo con l'acqua santa, il cromatismo wagneriano con l'aura classica brahmsiana; ad un'audacia di intenti per così dire lessicali, temperata da un senso artigianale della tradizione, si unisce un torbido e talvolta disordinato impulso rinnovatore imbrigliato dal profondo bisogno di ancorarsi agli archetipi di una secolare civiltà musicale. Esiste perciò un curioso contrasto tra questi lineamenti e il clima storico nel quale essi si manifestano. Verso la fine della guerra una forza eversiva e intemperante, nebulosamente rinnovatrice, sembra travolgere le vecchie strutture sociali e civili della Germania; tra il 1917 e il 1918 il regime imperiale, vacillando sotto i colpi della disfatta militare, cede le redini ad un governo di democrazia parlamentare. Nello stesso periodo focolai rivoluzionari si accendono un po' dovunque. E' un impeto sovvertitore che, davanti agli occhi stupefatti della borghesia, balza anche da ogni più recondita piega dello spirito creativo: dagli spettrali, radiografici disegni sulla fame e la miseria che G. Grosz febbrilmente compone, come dai cupi drammi di Kaiser, dai film di Wagner, come dai romanzi e dalle novelle di Heinrich Mann. Hindemith, poco più che ventenne, s'immerge nel crogiolo di queste avanzate rivoluzioni con vigorosa baldanza, con sicumera di mezzi e prepotenza di vocazione, doviziosamente provvisto delle più tipiche virtù germaniche: operosità alacre e metodica, imperiosa volontà costruttiva, possesso di una saldissima tradizione tecnica. Esse assicureranno una forza connettiva e caratterizzante anche alle espressioni più corrosive ed iconoclaste dell'ironia come agli atteggiamenti del più spregiudicato avanguardismo. Esse spiegano, almeno in parte, il movente più diretto dell'iniziale aggancio a Brahms, ovvero agli aspetti domestico-borghesi nonché classicheggianti del filone brahmsiano dei quali si trovano non poche tracce nelle opere giovanili di Hindemith. E' pertanto significativo che il secondo brano della serata sia la Sonata No.1 in sol maggiore di J. Brahms. E' questa la prima sonata per violino e pianoforte pubblicata da Brahms dopo alcuni tentativi precedenti non andati in porto e fu composta nel 1878, subito dopo il celebre Concerto per violino e orchestra Op. 77 del quale Brahms scrisse la parte per violino in collaborazione, anche se in certi momenti fu piuttosto un contrasto dai toni accesi, con il celebre solista ed amico Joachim, che giudicò inizialmente il concerto ineseguibile per le insuperabili difficoltà tecniche. Alla Sonata No.1 è stato apposto il nome di sonata di Regen-Sonata (Sonata della pioggia) perché utilizza nel primo movimento e nel finale un frammento tratto dal lied Op.59 No.3, Regenlied, basato su una poesia di Klaus Groth. Si tratta di un lavoro dal carattere lirico, di sentimento spesso idilliaco, pastorale, a volte appena elegiaco: l'atmosfera è comunque quella della poesia di Groth. Forse in seguito all'esperienza acquisita con Joachim durante la composizione del Concerto, in essa Brahms tratta il violino con estrema brillantezza e lo pone in netto rilievo, pur mantenendo un sostanziale equilibrio tra i due strumenti, perfettamente concertanti tra loro. Il primo movimento, un "Vivace ma non troppo" in sol maggiore, è composto regolarmente in forma sonata, con quell'abbondanza tematica che è una caratteristica di Brahms. Nell'esposizione iniziale viene presentato il primo tema che nelle tre note iniziali ricorda il Regenlied. Appare poi una prima idea secondaria che, nell'andamento a barcarola, è apparentata al tema precedente. Ritorna il primo tema, trattato in un episodio libero, che introduce il secondo tema, un tema melodico, ancora più lirico, cantato dal violino che gode così, fino dall'inizio, di una sorte di preminenza. Lo sviluppo e la ripresa sono concepiti in maniera molto libera; la coda è costruita sul primo tema. Il secondo movimento è un Adagio in mi bemolle maggiore suddiviso in tre parti. Nell'episodio iniziale il primo tema, uno splendido motivo espressivo, viene esposto dapprima dal solo pianoforte, al quale risponde il violino enunciando un prima idea secondaria. L'episodio centrale, in si minore, fa apparire un secondo tema, articolato in maniera più ritmica. Un grande ponte conduce al terzo episodio, simmetrico al primo, ma in redazione più ornata. Il canto magnifico di questo Adagio va a confluire nell'estasi della coda. Il finale è un "allegro molto moderato" in sol maggiore; la forma è alquanto particolare, a mezza strada tra la forma sonata ed il rondò, entrambi trattati molto liberamente. Il primo tema è testualmente quello del Regenlied, accompagnamento compreso. Dopo una prima idea secondaria fa la sua apparizione un secondo tema molto cantabile, di carattere lirico, costruito in imitazione tra i due strumenti. Segue una seconda idea secondaria, di carattere molto decorativo, affidata al pianoforte. Nel secondo episodio vengono ripresi in successione i temi e le idee secondarie, assieme ad un fuggevole richiamo al primo tema dell'Adagio. Il terzo episodio riprende all'inizio il primo tema, ripresenta poi il primo tema dell'Adagio e si conclude sul primo tema, trattato liberamente, come un addio commovente nella sua semplicità.


La seconda parte del concerto inizia con la stupenda Sonata No.2 in la maggiore che J.S. Bach compose nel 1720. Bach non mostrò mai grande interesse per la forma prediletta dell'età barocca, quella della Sonata per due strumenti melodici accompagnati dal basso continuo. La sua forma preferita di musica da camera affida una linea melodica ad uno strumento (nel nostro caso il violino) e l'altra alla mano destra del clavicembalo, mentre la parte del basso è riservata alla mano sinistra. Per il resto essa segue, come le contemporanee altre cinque sonate per violino e clavicembalo, la collaudata struttura in quattro movimenti, il primo dei quali (un Allegro) è in contrappunto fugato con la partecipazione diretta di tutte e tre le voci; in questa seconda sonata il terzo movimento è un canone tra il violino e la mano destra del clavicembalo, ed anche nel finale Presto il Canone viene pienamente utilizzato. Sono queste sonate nelle quali si rivela la mano del Bach nella piena maturità; all'elemento razionalmente realizzato della tecnica fugata, si contrappone l'approfondita espressione individuale di autentica intimità. La loro struttura segna il culmine e l'epilogo di una grande tradizione e, al tempo stesso, il promettente esordio della trasformazione del vecchio trio in un efficace duetto per uno strumento melodico e cembalo. Il concerto si conclude con la Sonata No.1 in sol minore Op.75, composta nel 1885 da Camille Saint Saens. Pianista ed organista dalle doti prodigiose (come il suo amico Bizet) e dalla precocità mozartiana, Camille Saint Saens fu compositore poliedrico e prolifico (fu attivo fino ad ottantasei anni), con un senso infallibile della forma ed uno sterminato potere di assimilazione. Saint Saens provò tutti i generi musicali e, in tutti, seppe muoversi con uguale sicurezza, con uguale naturalezza, con uguale piacere. L'eleganza delle forma e della linea melodica, la bellezza delle armonie e dei suoni furono per lui più importanti della partecipazione emotiva e dell'avventura affidata all'elaborazione tecnica; per questo motivo fu aspramente criticato ed accusato di superficialità ed eccessiva facilità. Tuttavia, per queste sue qualità, alle quali si deve aggiungere un'invenzione melodica di immediata presa ed emotività, la maggior parte delle sue opere gli sono sopravvissute e sono regolarmente eseguite. La flessibilità con la quale la sua musica si organizza, la mancanza di qualsiasi compiacimento per l'effimero e l'incerto, la fede in una realtà oggettiva, distinta dalla nostra coscienza individuale, il gusto pittorico che non arriva mai, per altro, ad ammettere una solidificazione, quasi una materializzazione dei sentimenti sono elementi caratteristici di questo artista; ad essi sin deve aggiungere l'uso del contrappunto aperto, pieno di ingegnosità e di risorse, ma cristallino alla maniera di Mozart, una continua mobilità ritmica, un'armonia ricca, spinta assai lontano nelle due opposte direzioni del cromatismo e del diatonismo eppure sempre legata alla sponda tonale, una tematica assai spesso breve, parca di accenti, anche se piena di possibili articolazioni, quel certo ritegno, quell'assenza di espansione, di abbandono e di delirio, che non è freddezza, ma fondamentale convincimento che la logica della musica stia meno in noi che non nella natura della musica stessa. La prima Sonata per violino che ascolteremo è un'opera giovanile con una evidente accentuazione virtuosistica; caratteristica di questa sonata è la contrazione dei movimenti in 2+2 (Allegro-Adagio, Allegretto-Finale), che Saint Saens utilizzò anche suo Quarto Concerto e nella terza Sinfonia.