Presentazione

Il nuovo uso degli strumenti tradizionali giapponesi
come invenzione-scoperta della modernità


Nelle precedenti conversazioni al Circolo della Musica di Imola ho trattato principalmente di musica elettronica. Le nuove tecnologie sono una componente fondamentale del mondo del nostro tempo e il loro impiego ha permesso agli artisti di accedere a un vasto territorio di possibilità esplorate ancor oggi solo in piccola parte. Non vi è dubbio, dunque, che la musica elettronica sia "strumento" per eccellenza del compositore contemporaneo.
Eppure, proprio la flessibilità di tale strumento, la sua capacità di aumentare le nostre capacità espressive, ci mette nella condizione di dilatare i nostri orizzonti al di là sia del presente sia dell'occidente, e di scoprire e far nostro, o per meglio dire di riscoprire e far nuovamente nostro, qualcosa che è anch'esso costitutivo della nostra cultura e creatività.
L'egemonia planetaria della civiltà occidentale, universalmente rappresentata tra le sue massime espressioni proprio dalla musica classica, sembra aver cancellato lo spessore culturale degli strumenti musicali sviluppati dalle tradizionali culture regionali o extra-europee. D'altra parte, la diffusione talvolta assai ampia della musica etnica nella sua dimensione commerciale, e quindi depauperata, manca della dovuta profondità intellettuale. Solo un esame attento della dimensione "ontologica" di questi strumenti può metterne in luce l'effettiva carica creativa.
Già alla fine del XX secolo, ad esempio, gli strumenti asiatici fanno la loro apparizione in Europa, stimolando l'immaginazione dei compositori sia per la diversità della cultura che li ha prodotti, sia per il potenziale innovativo, tecnico ed espressivo che essi possiedono, tanto lontano dalla tradizione classica quanto suggestivo e originale. A partire dagli anni '70, in alcuni grandi centri europei (come l'Ircam di Parigi) gli strumenti etnici sono stati oggetto di studio anche sotto il profilo scientifico, inserendoli così in un processo di divulgazione delle loro possibilità e di nobilitazione agli occhi della cultura internazionale. Compositori come Ligeti o Stockhausen hanno assimilato in diversi lavori le influenze di culture extra-europee, dalle complesse polifonie dell'Africa centrale al concetto di tempo della musica rituale giapponese (assai diverso da quello occidentale).
Soggetto delle mie ricerche sono da alcuni anni gli strumenti tradizionali giapponesi e la letteratura musicale che li accompagna. Essi presentano sotto diversi profili una radicale autonomia rispetto alla musica europea, ma non di meno possiamo ritrovarvi uno stupefacente retaggio dell'antica cultura mediterranea di età preromana, costituendo in un certo qual modo per la nostra civiltà una "memoria storica" che ci riconduce al flusso culturale aperto dalle conquiste di Alessandro Magno. Si noti, ad esempio, che uno strumento quale l'organo a bocca, appartenuto a culture preromane ma scomparso in Europa lungo il primo millennio dell'era cristiana, è ancora in uso in forme pressoché immutate in Giappone e in alcune regioni della Cina.
Nel XX secolo alcuni compositori giapponesi, tra i quali Toru Takemitsu, danno inizio a un processo di ibridazione per cui l'orchestra sinfonica viene utilizzata insieme agli strumenti tradizionali giapponesi, con un originale quanto innovativo approccio filosofico e formale verso l'evento musicale.
Personalmente, ho ereditato dall'esperienza di grandi compositori contemporanei il desiderio, o necessità, di raccogliere in un unico atto compositivo le diverse cariche culturali e innovative che lo scorrere del tempo, passato e presente, e l'interezza dello spazio, occidente e oriente, offrono come strumento espressivo. Tradizione occidentale e orientale, strumenti e linguaggi musicali possono essere uniti nell'abbraccio alle nuove tecniche rese disponibili dall'informatica in opere dense di globalità semantica.

Carlo Forlivesi