FESTA NAPOLETANA

Guida all'ascolto

 

Napoli e la festa: un binomio inscindibile, che scandisce ogni epoca della millenaria storia di una città "palinsesto" di culture e genti. Gli antropologi e gli storici hanno da tempo studiato le forme e le manifestazioni peculiari della festa nel Sud d'Italia (si veda G. Galasso, L'altra Europa, Milano 1982), decretando che molti indizi nelle ritualità ancora evidenti ai nostri giorni sono sopravvivenze di un periodo storico particolare in cui si cristallizzò un "sistema della festa", che regolava e scandiva la vita quotidiana della città nell'epoca spagnola (1503-1734), in una ordinata ed equilibrata contraddizione-complementarietà tra sacro e profano, tipica delle civiltà del Mediterraneo.
I due elementi del contrasto si complicano ancor più in una città ricca di elementi simbolici sovrapposti (come la sua architettura che procedeva per sovrapposizioni di edifici e strati abitativi), derivati dalla successione di culture che ne caratterizza la storia. La Napoli "spagnola" fu il laboratorio dove queste esperienze sovrapposte riuscirono a fondersi in un tappeto rituale unitario, che contrassegnò da quel momento la vita collettiva. Nelle cronache dei viaggiatori la meraviglia per la quantità di feste popolari, un calendario praticamente quotidiano, è pari allo stupore provocato dalla massa di gente in movimento. La città si sviluppò in altezza per contenere la folla di abitanti che raddoppiava esponenzialmente dal Cinquecento in avanti: la vita dei napoletani non poteva che svolgersi nelle strade, nelle piazze, al porto e in riva al mare, dovunque vi fossero spazi abbastanza aperti da contenere quella folla crescente in cerca degli elementi minimi per sopravvivere, cibo aria e lavoro. Ma soprattutto divertimento, antidoto alla cronica difficoltà esistenziale di chi è privo di tutto.
Il clima mite del "golfo più bello del mondo" permetteva questa vita all'aperto per quasi tutto l'anno e ci furono categorie sociali che si specializzarono in questa condizione di esistenza, come i lazzari o lazzaroni, protagonisti della più tarda letteratura romantica su Napoli. Come nei mercati orientali, la città all'aria aperta era un continuo girare e vendere qualsiasi cosa, donne comprese, agitata da ladri e assassini, da birri e schiavi delle galere che suonavano fragorosi strumenti, da parate militari e da religiosi che tentavano (inutilmente) di evangelizzare un popolo "pagano". Poi i nobili e gli spagnoli, con i loro cortei e i loro riti, che utilizzavano le frequenti occasioni del calendario rituale per esibirsi di fronte al loro pubblico, mentre gareggiavano con i loro pari nel costruire almeno i portoni più appariscenti per i loro palazzi (poco curandosi del resto della casa, come se si trattasse di illusione teatrale). La corte del governatore di turno considerava con serietà e attenzione l'umore della gente in strada, partecipando ai riti collettivi secondo proprie etichette sia per le cerimonie civili che per quelle religiose.
A Napoli, più che in qualsiasi altra città europea dell'età moderna, ogni momento dell'esistenza umana, senza differenze di ordine sociale, è tramutato in occasione di festa pubblica: dal battesimo al matrimonio, dal compleanno all'onomastico (anche di un re lontano) al rito funebre, con essequie e catafalchi. Moltiplichiamo queste occasioni per le centinaia di migliaia di abitanti e poi sommiamo le feste religiose dell'anno liturgico (divise in maggiori, minori, di quartiere, per ogni singola chiesa e cappella, o ordine religioso) e infine le occasioni eccezionali, come visite di ambasciatori o sovrani, indulgenze, matrimoni principeschi, e quant'altro poteva capitare. Si arrivò al punto che gli eventi luttuosi che colpirono così spesso la città nell'età barocca furono imputati all'inosservanza delle feste: la peste del 1656, nell'opinione popolare, era stata causata dalle riduzioni delle feste ufficiali tentata dal viceré spagnolo per arginare l'assenteismo nei pubblici uffici.
C'erano naturalmente feste e feste. I maggiori appuntamenti dell'anno, che coinvolgevano l'intera massa della popolazione, erano ben individuati: Carnevale, Natale e Pasqua, Corpus Domini, Pentecoste, Assunzione e poi alcune feste di santi considerati principali: elemento quest'ultimo destinato ad inflazione, visto il moltiplicarsi esponenziale dei santi patroni della città, fenomeno parallelo all'incremento della popolazione. Se i protettori ufficiali erano ancora soltanto 8 agli inizi del Seicento, alla fine di quel secolo erano già 22 e sarebbero poi giunti all'attuale bella cifra di oltre 50. Le feste più popolari restarono tuttavia quelle legate a culti arcaici, corrispondenti a cicli stagionali: San Giovanni a mare, Sant'Antonio Abate, le 8 feste annuali della Vergine Maria (compresa Piedigrotta) e soprattutto le tre feste di San Gennaro. Neppure il periodo quaresimale riusciva a imporre il silenzio ai napoletani, mentre il caldo estivo portava le feste ("spassi") sul mare, nello specchio d'acqua antistante Posillipo. Se le piazze e le strade sono i primi luoghi dello spettacolo, i napoletani non si accontentarono e costruirono veri teatri chiusi, dove assistere con maggiore passione a quegli spettacoli in cui era inserita la parodica rappresentazione di se stessi e dei propri gesti. L'opera in musica veneziana venne così sistematicamente arrangiata all'uso locale, per poi trasformarsi nel prodotto peculiare del teatro napoletano del Settecento, la commedia buffa. I religiosi, dal canto loro, non rimanevano a guardare, visto che sul terreno della festa pubblica si giocava la posta del consenso, e si affrettarono a trasformare chiese e cappelle in altrettanti teatri in cui il gesto e il suono valevano più dei testi sacri ad attrarre folle di fedeli. E potevano i governanti esser da meno? Certamente no, tanto che, dopo aver imposto tasse sui giochi e sugli amori illeciti nei teatri pubblici e nelle strade adiacenti, si affrettarono ad aprire essi stessi dei luoghi teatrali per tenerli sotto controllo. Ma non era possibile controllare un intero popolo. Ogni napoletano ancora oggi si considera un attore in pectore, orgoglioso dei suoi gesti e della sua naturale maschera antropica. Pulcinella "il filosofo che si diceva pazzo" incarna perfettamente il solito dualismo tra sacro e profano da cui siamo partiti. Del resto Benedetto Croce non mancava di avvertire che Napoli era sempre stata considerata un "Paradiso abitato da diavoli" e qui l'immagine della festa si fa ambigua. I viaggiatori illuministi provenienti dal Nord dell'Europa espressero spesso ribrezzo e scandalo per i costumi che trovavano primitivi e quasi animaleschi nelle feste di massa, come le
"cuccagne" o certe processioni rituali a sfondo sessuale. Eppure l'unicità di Napoli rispetto alle altre capitali eurpopee, che limitano la festa a un momento di trasgressione controllata (il Carnevale con le maschere), è proprio nella dimensione liberatoria continua della festa estesa all'intero anno, che esteriormente dipende da manifestazioni di natura alimentare (occasione di accaparrarsi cibo in condizioni di costante indigenza) ma in realtà maschera sopravvivenze di ancestrali riti orgiastici del paganesimo mediterraneo, quasi cosciente alternativa al potere costituito.
Se la festa napoletana ha sempre avuto una conclusione di tipo alimentare, come nei film di Totò e Peppino De Filippo, la sua colonna sonora ha una importanza imprescindibile per scatenare la danza e il divertimento o per scandirne gli aspetti magici e rituali. Storici della musica, antropologi, etnologi ed etnomusicologi del passato - così affannati a creare categorie di comodo come "musica colta" e "musica popolare" (di recente anche "musica antica" e "musica barocca") - non sarebbero mai riusciti con i loro strumenti a orientarsi nel melting pot della musica napoletana dell'età moderna. Ci sono riusciti invece i Turchini fondati e diretti da ormai quindici anni da Antonio Florio, cogliendo l'ambivalenza costante della musica della festa napoletana, che affrontano nello stesso tempo come colti musici di cappella e come chiassosi teatranti e improvvisatori della commedia dell'arte (il cui mondo è magistralmente descritto nel Prologo seicentesco Micco con calascione e Cuosmo con violini). Prendiamo le tarantelle, danze simbolo della tradizione partenopea: l'intonazione popolare delle Tarantelle del Gargano (tuttora vive in Puglia) si basa su moduli che risalgono senza dubbio al Seicento, il secolo in cui il musico di cappella Cristoforo Caresana li introduce nella sua stupefacente cantata natalizia intitolata appunto La Tarantella. Altro elemento che unisce la musica alla festa è il Carnevale, tempo di pazzia: e la "Pazzia venuta da Napoli" di Giramo si diffuse in tutta Europa sulle vie dei commedianti, attorno alla metà del Seicento. E che dire poi dell'altra moda introdotta dai napoletani mezzo secolo più tardi, a partire dalla Cilla del 1706 (la più antica fonte ritrovata da Florio): la "commedeja ppe mmuseca", da cui nascerà l'opera comica in lingua napoletana del Settecento, diffusa nei teatri europei da compositori celebri come Vinci, Pergolesi, Di Majo e dalle spregiudicate canterine, alternative efficaci allo strapotere artistico dei castrati. Più tardi, ennesima trasformazione, le canzoni della festa risuoneranno negli allegri salotti napoletani dell'Ottocento, dando origine al ben noto fenomeno della "canzone napoletana".
Ricordate un vecchio straordinario film del Dopoguerra: Carosello napoletano? Il progetto che qui si presenta ha molto in comune con quel poetico e assordante ritratto.
Il panorama sonoro che risulta dai diversi accostamenti del programma di questo spettacolo è talmente vario da rendere improponibile ogni analisi che prescinda dal loro carattere funzionale alla festa collettiva, senza spazio né tempo, valida ieri come oggi. Proviamo ad ascoltare queste composizioni che rischiavano di giacere morte nelle polverose carte musicali delle biblioteche e osserviamoli sulla scena, questi cantanti-attori ed esecutori rinati sulle ceneri dei loro progenitori (i Turchini erano gli allievi del più importante tra i quattro conservatori della Napoli barocca, chiamati continuamente a esibirsi in tutte le principali feste pubbliche della città). Attraverso suoni e gesti di sempre, forgiati sulle due anime della città, quella languida e melanconica e quella solare ed entusiasta, sarà più facile anche per i napoletani d'oggi comprendere la mostruosa e inusitata bellezza della sovrapposizione urbana in quel "palinsesto" che si chiama Napoli, capitale da sempre, anche senza regno.

Dinko Fabris