Musiche

Nella prima parte del concerto del giovane pianista russo Arcadi Volodos, acclamato dalla critica come interprete di straordinario valore e dalle illimitate doti tecniche, vengono presentate musiche del compositore russo Aleksander Skrjabin, le cui musiche creano un’impressione di straordinaria intensità e ardore romantico quando vengono eseguite da un grande pianista a cui lo stile di Skrjabin è congeniale. Nato a Mosca nel 1872, Skrjabin studiò al Conservatorio di Mosca per poi intraprendere la carriera concertistica; dal 1898 al 1905 fu insegnante di pianoforte al Conservatorio di Mosca. Il suo primo periodo, a cavallo tra i due secoli, comprende poche pagine per pianoforte ed è segnato dall’influenza di Chopin e Listz; in esso predomina la piccola forma, entro la quale egli dimostrò di essere il poeta del particolare squisito, dell’arpeggio elegante e delicato, dell’accordo prezioso sentito come voluttà. Di questo periodo Volodos esegue diverse composizioni: la Mazurka op.3 No.7, alcuni Preludi dall’op.11 e 16, e due Studi dell’op.8. Dei 24 Preludi dell’op.11 verranno presentati il No.11, Allegro Assai, caratterizzato da un certo virtuosismo, soprattutto nella mano sinistra, che esegue un controcanto in staccato catturato nel movimento dall’accompagnamento, e il No.16, Misterioso, ossessivo e inquietante, in brevi frasi ripetitive lanciate da una stessa cellula di terzine, mentre le mani procedono parallele. Dell’op.16 viene invece presentato solo il primo Preludio, dolce, ampio e maestoso. I dodici Studi dell’op.8, ispirati a quelli di Chopin, sono al tempo stesso composizioni didattiche e momenti poetici, con pagine piene di freschezza e di lirismo, sfiorate da ombre inquietanti. La Studio No.11, Andante, di una espressività dolente, profondamente triste, è uno dei rari pezzi scritti da Skrjabin nel quale si può intravedere una lontana parentela con il canto popolare russo. Per nulla virtuosistico, è tuttavia piuttosto scomodo per l’esecutore a causa dei grandi salti. Il No.12, Patetico, è lo Studio più celebre e più spettacolare, saltellante e sfrenato, parossistico dall’inizio alla fine; esso è stato talvolta paragonato allo Studio “Rivoluzionario” op.10 No.12 di Chopin, col quale ha in comune la potenza dell’evocazione drammatica ed epica. Per questo motivo Volodos lo ha scelto per concludere la prima parte del concerto.
Dal 1904 al 1908 Skrjabin visse all’estero. A Bruxelles frequentò gli ambienti teosofici dai quali fu sempre attratto; a Parigi collaborò con Diaghilev. In questo periodo iniziò dapprima un’evoluzione del suo linguaggio sotto il segno dell’armonia wagneriana, per poi proseguire in forma sempre più cromatica, ed oltrepassare i limiti della tonalità elaborando uno stile armonico fondato sulla sovrapposizioni di quarte diminuite o aumentate. Guidato da un udito raffinato e da un’audace immaginazione, Skrjabin creò accordi che aprirono nuove prospettive alla musica del XX secolo. Le sue composizioni, col loro cromatismo sfrenato, raggiunsero i limiti estremi del sistema tonale tradizionale e indicarono la via verso un uso sempre più libero delle dodici note. Come risultato la sua musica assume un aspetto nettamente innovatore e prelude alla dodecafonia di Schoenbrg. Rappresentante tipico del simbolismo in musica, adepto delle dottrine mistiche derivate dalle filosofie orientali, Skrjabin cercò di forzare i limiti di densità sonora e le possibilità espressive della musica per creare un’atmosfera di estasi spirituale ed estetica. La tendenza alla “musica costruita”, i sentimenti e le idee filosofiche che sono alla base della musica di Skrjabin, certamente molto elegante, sono in parte attribuibili al clima intellettuale della Russia di quell’epoca. Sotto un regime sempre più reazionario, l’artista creativo tendeva a rifugiarsi nel culto sterile della “pura bellezza”, nel simbolismo, nel misticismo. Skrjabin cominciò a sognare una fusione di tutte le arti: “L’arte, egli disse, deve unirsi con la filosofia e la religione in un tutto unico e costituire un nuovo Vangelo, che sostituirà quello vecchio”. La sua musica diventò così un atto liturgico, che doveva combinare assieme danza, poesia, musica, colori e profumi per portare ad un’estasi suprema e definitiva. Di questo periodo Volodos presenta, sempre nella prima parte del concerto, diverse composizioni. La seconda danza dell’op.73, denominata Fiamme Cupe, è una pagina dolorosa e torturata all’inizio; la materia musicale poi evolve facendo sentire i suoi sforzi per animarsi e liberarsi, riuscendovi realmente soltanto nel Presto ispido e violento delle ultime righe. Nella prima danza sempre dell’op.73, denominata Ghirlande, l’immagine ornamentale suggerita dal titolo è trattata con grande rigore sul piano dell’ordinamento tematico e del dosaggio sonoro. Segue la Sonata No.7 op.64 che, secondo gli intimi di Skrjabin, era la sua composizione preferita. Il sottotitolo “Messa Bianca” sta ad indicare che la musica vuole essere portatrice di gioia. In essa non soltanto i parossismi sonori e psicologici sono molto accentuati, ma anche le armonie e la scrittura sono più dense e complesse. Sin dalle prime misure la corrente sonora è ad alta tensione, con richiami lanciati sullo sfondo da accordi ed intercalati da un brontolio di arpeggio. A questa intensità armonica e pulsionale si oppongono due idee melodiche, una tutta dolcezza e sensualità, l’altra è un breve arpeggio sgranato. Gli arpeggi in seguito si animano e vengono intercalati da accordi che scivolano cromaticamente. Segue una parte destinata allo sviluppo nella quale i temi vengono presentati in ordine diverso e secondo un’altra gerarchia; essa è l’avvio di un prodigioso balletto nel quale si susseguono imitazioni, accelerazioni, voli, ricadute. E’ una pagina contrastata, tra accordi nel registro acuto e scosse nel registro grave. La particolarità formale consiste nel presentare a questo punto, simultaneamente, il culmine sonoro dello sviluppo e la ripresa. Una seconda fase dello sviluppo prosegue con un materiale lineare, melodico; poi la scrittura cerca sempre più l’effetto sonoro (trilli, arpeggiando), l’uso del timbro e delle armonie, le sovrapposizioni di idee di varie specie. Il suono festoso di accordi culmina nell’arpeggiare di un accordo di cinque suoni riprodotto su cinque ottave. Una breve coda finale, in piccole onde discendenti e in trilli, presenta paradossalmente un diminuendo mentre il movimento diviene sempre più celere. Volodos presenta poi il primo Preludio dell’op.67, Andante, che è la trasformazione continua di una cellula iniziale di cinque note. Conclude la musica di questo periodo lo Studio No.3 dell’op.42, Prestissimo; definito talvolta il moscerino, questo studio è un fremito scintillante di note congiunte che diventano di fatto dei trilli per la rapidità del tempo, eseguiti ora da una mano, ora dall’altra.
La seconda parte del concerto inizia con la breve Sonata No.6 D557 di Schubert. Composta nel 1817, essa è in realtà una Sonatina, apparentata con le tre Sonatine per violino e pianoforte dell’anno precedente; è una composizione leggera, ben equilibrata, esercizio salutare di autodisciplina in cui il binario classico, fissato da Haydn e Mozart, non esclude la seduzione melodica, né la freschezza, pur nella momentanea rinuncia ad ogni espressione troppo soggettiva. I due temi dell’Allegro Moderato iniziale sono bene in contrasto; nel breve sviluppo la semplicità si unisce al fascino. Segue una piccola Marcia: alla tranquilla dolcezza del tema iniziale si oppone un intermezzo più mobile. La Sonata si conclude con un Allegro, una danza sorridente e solare, nella quale Schubert adotta una forma sonata sapiente e rigorosa, mentre lo sviluppo si allontana dai temi dell’esposizione. Il concerto si conclude con due brani di grande virtuosismo di Listz e con una trascrizione sempre di Listz.