Prokofiev cinquant’anni dopo

La scomparsa di Prokofiev, il 5 marzo 1953, passò quasi inosservata: in quello stesso giorno era morto Stalin. Vita, morte, miracoli e successione di Stalin occuparono innumerevoli colonne nei giornali e innumerevoli minuti nelle trasmissioni radiofoniche, mentre a Prokofiev veniva riservata una notiziola nella pagina degli spettacoli. Eppure Prokofiev era stato l’autore di una delle poche pagine del Novecento musicale, il balletto Romeo e Giulietta, che avevano superato la barriera del pubblico specialistico e che erano diventate patrimonio comune di tutti. Ma se Prokofiev era Prokofiev, Stalin era Stalin, e di fronte alla morte di Stalin non c’era altra morte che segnasse in modo altrettanto imperioso la fine di un’epoca.
Prokofiev, essendo nato il 23 aprile 1891, quando morì non aveva ancora compiuto sessantadue anni. La sua fama era grande, ma il suo valore non era stato definitivamente riconosciuto. Gli anni cinquanta erano per la critica più impegnata gli anni della Nuova Musica, e per le avanguardie Prokofiev, ex-barricadero rientrato nell’Unione Sovietica di Stalin e almeno apparentemente ossequiente alle direttive staliniste in campo artistico, era uno che s’era smarrito per strada. A cinquant’anni di distanza si sta scrivendo, o si sta riscrivendo la storia della musica del Novecento, e Prokofiev viene annoverato fra i maggiori protagonisti del suo tempo.
Come affermò Prokofiev stesso, nella sua poetica “la prima fu la linea classica”, cioè l’acquisizione delle forme, a cominciare dalla forma-sonata, ereditate dalla tradizione dell’Ottocento. La seconda linea fu “il filone moderno”, cioè la “ricerca di un linguaggio capace di esprimere delle forti emozioni”. La terza linea, “probabilmente la meno importante” (ma anche quella che inizialmente colpì di più il pubblico, scandalizzandolo), la “toccatistica o motoria”. La quarta linea è quella “lirica”, che Prokofiev considera la più significativa: “Per lungo tempo mi fu negato qualsiasi dono lirico, e la mancanza di incoraggiamento ne rallentò lo sviluppo, sinché giunse l’ora in cui questo aspetto della mia opera ottenne sempre più attenzione”. Per la quinta linea Prokofiev rifiuta il termine “grottesca”, che viene spesso associato ad alcune sue composizioni: “Preferisco che la mia musica sia descritta come di sostanza ‘scherzevole’, o meglio con le tre parole che descrivono i vari gradi dello scherzo: capricciosità, ilarità, beffa”.
Prokofiev, genio della musica, era anche una mente criticamente acuta, e sulle cinque linee da lui individuate noi ci muoviamo ancora per analizzare la sua arte a cinquant’anni dalla sua scomparsa.

Piero Rattalino