Musiche
Il programma del tenore inglese Jan Bodstridge, uno dei più straordinari talenti della nuova generazione, accompagnato al pianoforte dal pianista che si è negli ultimi anni affermato come il più celebre accompagnatore di cantanti, Graham Jonhson, al quale l’Hyperion ha affidato prima l’integrale dei lieder di Schubert e attualmente quella dei lieder di Schumann, comprende lieder di Schubert e del compositore inglese B. Britten. Schubert aveva una cerchia molto ampia di amici coi quali passava buona parte del suo tempo e ai quali faceva ascoltare la sua musica, ed in particolare i lieder, in serate denominate per questo motivo Schubertiadi. Alcuni di questi lieder erano composti su testi di celebri poeti ed altri su testi di questi suoi amici. La parte del programma di Bodstridge dedicata a Schubert presenta prima composizioni degli amici più cari di Schubert per poi concludersi con tre lieder di Goethe.
A undici anni (1808) Schubert superò l’esame per entrare nel Convitto Imperiale a Vienna come ragazzo cantore, con l’obbligo di cantare ai servizi religiosi nella Imperiale e Regia Cappella; la retta imperiale assicurava agli allievi vitto e alloggio gratuito, e la frequenza della scuola secondaria nel Ginnasio Accademico, anche dopo la muta della voce, fino all’esame di maturità. Tra la fitta schiera di convittori e alunni paganti fecero la loro comparsa nella vita di Schubert i primi amici. Quasi al termine di questo periodo, nel 1812 entrò a fare parte del Convitto Alfred Stadler, che ebbe un ruolo importante nella vita di Schubert e copiò molti lieder dell’amico salvandoli per i posteri. Egli è forse l’autore del primo lieder della serata, Der Strom (il fiume), scritto in ricordo del Signor Stadler, ed è un pezzo grandioso, furiosamente patetico, con un accompagnamento quasi schumanniano.
Uscito dal Convitto nel 1813, Schubert entrò nella scuola paterna come assistente per evitare il servizio militare, per il quale non aveva nessuna attitudine e interesse. La piccola cerchia di amici a poco a poco si ingrandì, e aumentò la partecipazione e l’interesse per la sua attività creativa; ben presto Schubert poté contare su una schiera di affezionati seguaci, persone che “erano tutte prese e rapite dall’originalità delle meravigliose melodie, dal carattere di quei lieder che ogni giorno si moltiplicavano”. In questo periodo egli conobbe il poeta Johann Mayhofer, uno tra gli amici più importanti, e perfino fondamentali, della sua vita. Mayhofer fu forse la figura più originale, in ogni caso la più tragica, nella cerchia intima di Schubert. Di dieci anni più vecchio di Schubert, aveva dapprima studiato teologia; si era poi dedicato per tre anni agli studi classici, era stato novizio in un convento e, dopo avere abbandonato il chiostro, aveva compiuto studi di diritto a Vienna; infine, spinto dalla necessità, si era trovato un impiego statale come regio revisore dei libri. Questa mansione di censore, che assolveva con diligenza e rigore assoluti, lo sfibrava; infatti Mayrhofer, tra tutti gli amici di Schubert, era il più liberale, il solo che credesse incondizionatamente a concetti come “libertà” o “nazionalità”. Quando Schubert abbandonò la casa paterna nel 1819, fu ospitato per qualche mese a Vienna dall’amico Schober e successivamente divise una buia stanza del centro con Mayrhofer, ove rimase per i due anni successivi, fino al 1821. Il tratto fondamentale dell’indole di Mayrhofer era la malinconia profonda. Egli prendeva tremendamente sul serio la propria arte ed era un poeta la cui vena sgorgava dal più profondo del cuore. Il suo spirito, indirizzato in senso classico (non ebbe mai rapporto con le tendenze romantiche), e il sentimento di divina purezza dietro l’apparenza del mondo lo legavano appassionatamente a Goethe, di cui si sforzava di imitare la plastica chiarezza e la lingua. Le poesie di Mayhofer, con le loro debolezze e il loro carattere disuguale, dove il banale si mescola al sublime, hanno trovato in Schubert l’artista capace di trasfigurarle con le sue melodie e molte di esse divennero autentici capolavori. Ben oltre il legame di amicizia che li univa, ciò che deve avere immediatamente impressionato Schubert, che musicò quarantasette testi di Mayrhofer, è la purezza di sentimenti di queste poesie, la loro lingua elevata, spesso una situazione classica grandiosamente evocata, l’attrattiva potente del loro contenuto, la capacità di attingere fino in fondo le stupende suggestioni della natura. Questo accade, ad esempio, in Auf der Donau (Sul Danubio) col quale Bodstridge inizia il ciclo di musiche di Mayrhofer, un canto melanconico che rivela una straordinaria potenza fantastica. Segue il lieder Eines schiffers an die Dioskuren (Canto di un marinaio ai Dioscuri), non soltanto un inno alla fraterna amicizia tra Castore e Polluce sotto il cielo stellare, ma anche un desiderio di morte, sia pure non espresso direttamente. In Nachtstuck (Notturno) il desiderio di morte diventa un inno alla notte, col sonno che allontana ogni dolore; dopo un’introduzione nello stile di una cantata, Nachtstuck si trasforma in un superbo inno, con effetti di arpa nell’accompagnamento. L’autore del lieder successivo, (Viola), è Franz Schober che Schubert conobbe nell’autunno del 1815. Dotato di una personalità multiforme, Scober aveva un comportamento forse un po’ affettato e teatrale e, diversamente da Mayhofer, era tutt’altro che misogino; egli fu anche per qualche tempo segretario privato di Franz Liszt. La scelta del testo della lunga ballata fiorita intitolata Viola fu a dir poco un’idea peregrina di Schubert, ma egli seppe trovare tratti di squisita poesia. I tre lieder conclusivi della prima parte del concerto sono ancora di Mayrhofer. Abendster (La stella della sera), uno dei lieder coi quali Schubert si congeda dall’amico, vibra di una nota assolutamente personale, con una melanconica citazione dall’Allegretto della Settima Sinfonia di Beethoven. Gondelfahrer (Il gondoliere), scritto in realtà per un quartetto di voci maschili, è un quadro impressionista dal disegno purissimo: nell’atmosfera creata dal pianoforte, il gondoliere canta al ritmo delle onde e al suono di campane portato dall’aria della notte sopra S. Marco. Auflosung (Dissolvimento) è il più singolare degli ultimi Lieder su testo di Mayrhofer; Schubert sembra quasi intossicato da un’atmosfera vagamente tristaniana, che ricrea un paesaggio estatico su un tremolo del basso, e ripete alla fine le parole “Perisci, o mondo, perisci” nell’ultimo anelito di uno sfinimento morale. Anche se Mayrhofer era diventato l’esperto consigliere letterario della produzione liederistica di Schubert, alcune divergenze economiche, le sue continue depressioni, la sua irritabilità, i suoi capricci e le sue villanie, la sua gelosia nei confronti dell’amico Schober, il cui modo di vita spensierato contrastava radicalmente con i suoi rigidi principi, allontanarono progressivamente i due amici che nel 1821 si separarono. Quando Schubert morì, Mayhofer scrisse una delle sue poesie più belle (Elegia per Franz Schubert); poi la linfa creatrice della sua poesia si disseccò e, otto anni più tardi, il 5 febbraio 1836 lo sconforto ebbe il sopravvento e si suicidò.
La seconda parte del concerto inizia con un lieder di un devoto seguace di Schubert, Franz von Schlecta, critico del Konverationsblatt, intitolato Widerschein (Riflessi); è un canto italianizzante, scherzoso. Segue un lieder, Alinde (Alinda), di Friedrich Rochlitz, l’editore della Gazzetta Musicale che aveva la presunzione di considerarsi anche un poeta. Questo lieder è un piccolo gioiello con un accompagnamento realistico. La parte dedicata a Schubert si conclude con tre lieder di Goethe, uno dei quali molto noto, Rastlose Liebe (Amore senza pace). Pieno di giovanile esuberanza (fu composto nel 1810), e culminante in un postludio indicato fortissimo, questo lied, nonostante il suo declamato pieno di passione, si avvale di un perfetto equilibrio tra melodia ed accompagnamento. Gli ultimi due Lieder, Geheimes (Il Segreto) e Versunken (Sommerso) del 1821, sono tra loro in violento contrasto anche se formano insieme un’unità artistica: il primo è nel tono della più amorosa confidenza e in esso la melodia fluttua al di sopra dell’accompagnamento che si snoda nel registro centrale con un tema rassicurante; il secondo invece, nel quale il poeta scherza rapito con i riccioli dell’amata, dipinge un estatico erotismo, con un accompagnamento tempestoso (Schubert non poté mai pubblicarlo).
Il concerto si conclude con Sette Sonetti di Michelangelo che Benjamin Britten scrisse per il celebre baritono Peter Pears, al quale lo univa un profondo legame umano ed artistico e col quale formò un duo dalle straordinarie capacità espressive. Britten non abbandonò mai i principi della tonalità; egli fu un compositore “moderno” che raggiunse una popolarità di massa e un conservatore la cui originalità nessuno ha mai potuto negare. Uno dei maggiori punti di forza di Britten è stata la sua capacità di sapere trovare con immediatezza e semplicità una frase musicale memorabile e indimenticabile, capace di illustrare il punto o la situazione; il suo genio si è espresso soprattutto nelle opere vocali, tra le quali i Sonetti di Michelangelo.
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