Musiche
Nella prima parte del concerto Grigori Sokolov eseguirà tre Sonate di Beethoven, le due dell’op.14, la No.1 e 2, e la “Pastorale” op. 28. Le due sonate coeve dell’op.14 (1798-99), dedicate alla moglie del Direttore del Teatro Imperiale di Vienna, segnano una pausa dopo la Patetica, e rappresentano un ritorno allo spirito haydniano; esse possono essere considerate di facile esecuzione ed hanno difficoltà tecniche graduali ed omogenee. Nell’Allegro iniziale della prima sonata, la No.9, predomina un clima leggiadro di gradevole euforia; il secondo movimento, Allegretto, è una sorta di ballata romantica; nel terzo movimento, Rondò, si ritrova lo spirito del movimento iniziale, pur nell’accresciuta energia del primo tema. Intimamente legata all’Op.14 No.1 è la No.2; essa è però caratterizzata da una sorta di libertà radiosa, grazie al materiale tematico ed alla struttura. Lo Scherzo finale, in particolare, sembra un gioiello di grazia e di brio. Come nell’Op.14 No.1 non c’è posto per l’antagonismo drammatico tra due diversi pricipi; si ha piuttosto l’impressione di un continuo battibecco tra due innamorati. L’Allegro iniziale è mirabilmente cantabile. L’esposizione del secondo tema è tutta pervasa da un sentimento idilliaco, senza nubi. L’Andante del secondo movimento è un tema, simile ad una marcia ma senza pesantezza, con tre variazioni, la prima e la terza di affascinante levità. Lo Scherzo finale è un rondò nel quale si ritrova lo spirito ludico iniziale. La Sonata No.15 Op.28, scritta nel 1801 e dedicata al direttore del Wiener Theater, può essere considerata sorella della Sesta Sinfonia, detta pure “Pastorale”: stessa impressione di calma e gioia idilliaca, specialmente nel primo movimento, che bene esprime l’amore quasi panteista di Beethoven per la natura. Nell’Allegro iniziale i temi melodici sono ampiamente cantati. L’Andante che segue è un pezzo più severo, che rifiuta l’atmosfera idilliaca del primo movimento, con un canto quasi cerimoniale. Lo Scherzo, un Allegro vivace), è costruito su un motivetto di tre note, quasi un valzer. Il Rondò finale è una pastorale delicata e poetica.
La seconda parte del concerto inizia con Sei danze del compositore armeno Komitas (1869, 1935), che è stato uno dei primi armeni ad avere una educazione musicale classica occidentale; egli adottò il nome Komitas in omaggio a uno scrittore di inni del 7mo secolo. Dopo avere studiato a Berlino, ritornò in Armenia, ma la sua attività divenne progressivamente internazionale e nel 1910 fondò un coro a Costantinopoli. Deportato durante le persecuzioni armene, si ammalò gravemente e visse dal 1919 in un ospedale di Parigi. Le sue composizioni sono soprattutto arrangiamenti di canzoni popolari, apprezzabili per la loro esattezza e varietà, e di melodie sacre, che egli compose per i cori armeni da lui diretti. Il concerto si conclude con la più celebre delle sonate per pianoforte di Prokofiev, la No.7 Op.83 composta nel 1942. Più corta della Sesta Sonata, che abbiamo sentito nella esecuzione della pianista Kim durante la conversazione-concerto di Rattalino, è simile a questa per la mescolanza di angoscia esteriorizzata, di parossismo, di rabbia e di momenti pensosi e lirici. Il primo movimento è un Allegro Inquieto, con un tema iniziale, a mani parallele, corto, agitato, per linee spezzate. Subito gli replica un martellamento secco la cui cellula ritmica di quattro note ribattute assumerà una notevole importanza nel corso di tutto il movimento. La parte A è divisa tra una scrittura orizzontale, talvolta contrappuntistica, ed alcuni accordi improvvisi con ritmi duri, con aspre dissonanze. Nella parte B, un andantino, l’atmosfera cambia totalmente, riportando una dolorosa intimità e un tono indeciso, mentre sussistono il linguaggio e il materiale tematico iniziale: la cellula di quattro note, elemento generatore, i movimenti per linee spezzate, e le imitazioni. Nel secondo movimento, Andante caloroso, Prokofiev oppone alle asprezze tormentate del primo movimento e alla sua scritture quasi atonale, in un contesto tonale ritrovato, il calore di una vibrante cantilena, che pare essere stata pensata per il violoncello. Il Precipitoso finale è una pagina celeberrima, cavallo di battaglia di tutti i grandi virtuosi: il martellamento ininterrotto è scritto su un ritmo che per la sua asimmetria accentua la difficoltà di esecuzione. Al pianista non viene concesso neppure un istante di riposo in questa raffica di accordi, tutti d’un fiato, in una completa unità di pensiero. Questo finale potrebbe essere definito una toccata, che non si basa sulla tecnica delle dita ma su quella del polso. E’ uno stile pianistico che ha caratterizzato la giovinezza di pianisti come S. Richter e E. Gilels. Anche se nel 1943 Prokofiev ricevette il Premio Stalin per questa sonata e nell’anno successivo gli fu conferito l’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro per meriti eccezionali in campo musicale, nel 1948 fu accusato do formalismo borghese e la sua musica fu esclusa dalle sale da concerto. Soltanto nel 1952, con la Settima Sinfonia, egli riprese il ruolo che gli competeva nel mondo musicale russo.
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