Intervista
Carlo Folivesi arriva a Imola per un concerto del Circolo della Musica pochi giorni dopo la vittoria del prestigioso premio della Fondazione Yamaha per la composizione «Japanese Window», la stessa opera che presenterà il 13 gennaio al Teatro comunale. La cerimonia di premiazione avrà luogo il 21 febbraio a Tokyo quando Forlivesi sarà ospite del presidente della Yamaha Music Foundation.
«Il premio della Yamaha Music Foundation non ha nulla a che vedere con i soliti concorsi, di cui tutti conosciamo la natura. E' un riconoscimento che viene dal mondo della produzione e della più alta professionalità. I criteri che hanno portato a selezionare la mia opera sono stati la qualità professionale, la tecnica innovativa e l’originalità artistica. Il premio mi è stato attribuito per la produzione della composizione “Japanese Window”, la stessa che presenteremo al Circolo della Musica. Questo eccellente risultato va anche a merito di chi, a Imola e in Italia, ha avuto attenzione per il mio lavoro di artista».
Torniamo al concerto del Circolo della Musica.
«E' un grande piacere per me collaborare ancora una volta con il Circolo della Musica, non solo perché realtà di livello internazionale quanto a organizzazione e qualità artistica degli eventi offerti, ma anche perché nelle serate che esso presenta si respira un clima di grande e sincera passione per la musica, lo stesso che ogni giorno mi spinge a ricercare nelle mie opere profondità e originalità».
L’opera che presenterà sarà certamente all’insegna dell’innovazione.
«Il 13 gennaio proporremo al pubblico imolese, e non solo imolese, una mia composizione per musica elettronica e danza tradizionale giapponese. Si tratta di un evento che presenta una forte componente innovativa, inconsueta non solo per Imola e che poche stagioni musicali possono vantare nel proprio calendario, tanto che anche il bollettino internazionale di musica contemporanea ne dà notizia insieme ai maggiori eventi musicali di Parigi, Londra, New York...».
Un lavoro che porterà a Imola la danza tradizionale giapponese, come mai questa scelta?
«La danza tradizionale giapponese è un’alta disciplina artistica, di grande rigore e tutt'altro che folcloristica. Essa è custodita con gelosia generazione dopo generazione dai maestri che ne possiedono conoscenza ed è difficilissimo essere accolti come allievi da un maestro di alto rango. Sayuri Unou, che è stata dipendente della Casa imperiale nipponica e che presenterà la parte di danza della serata, ha un talento innato per questo tipo di danza, tanto che un grande maestro come Hideka Fujima l’ha notata e ha accettato di divenire suo insegnante, oltre che ideatore della coreografia alla mia musica».
Quali influssi trasmette alla sua musica il Giappone, luogo nel quale vive da diversi mesi?
«La musica che ho composto rivela anche l’altra faccia del Giappone, cioè l'aspetto altamente tecnologico: si tratta di una rielaborazione computerizzata di strumenti tradizionali giapponesi quali il koto (strumento a corde) e lo shakuhaci (strumento a fiato). E proprio l’insieme delle due arti, tradizione e tecnologia, genera un inaspettato incontro di antico e moderno, carattere che contraddistingue la società giapponese attuale».
Non si può certo dire che sia una scelta facile presentare un’opera come questa.
«Lavorare su una composizione come questa, che esce vistosamente dagli stereotipi fossilizzati della musica moderna europea, è stata un'impresa coraggiosa, e c'è voluto tempo per raggiungere il risultato che mi ero proposto. E' stato un lavoro alla ricerca dell'equilibrio tra un'armonia musicale nuova ma elegante e la grazia misurata di una danza che solo una raffinata cultura come quella giapponese poteva offrire alla mia idea artistica».
Da dove nasce questo amore per il Giappone?
«Il Giappone è un paese che ha molto da insegnare quanto a civiltà e rispetto. Un mondo di alta cultura, come quello europeo, ma allo stesso tempo molto diverso dalla dimensione alla quale siamo abituati. E' una grande opportunità conoscere da vicino una realtà tanto viva e interessante. In generale credo che l'internazionalità sia una cammino obbligato per chiunque voglia dire qualcosa di nuovo e contribuire a una pacifica edificazione del mondo moderno».
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